Il Tirreno

Grosseto

La guerra in Ucraina

«Accolti a Marina grazie all’amica Claudia». In sei arrivano dopo un viaggio di due giorni

Pierluigi Sposato
Natalya Myslyvets con Ludmila e la piccola Anna
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Natalya Myslyvets con Ludmila e la piccola Anna

Natalya, in città dal 2004, ha trovato aiuto per ospitare i parenti che abitano a Novo Volins’k, vicino al confine polacco. «I miei amici rimasti lì si rifugiano nei magazzini sotto terra» 

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MARINA DI GROSSETO. Sono qui fisicamente, in salvo; ma la mente è ancora lì, a Novo Volyns’k, città di 47mila abitanti nella regione dell’Ucraina nord-occidentale, venti chilometri dai bombardamenti più vicini, 110 chilometri da Leopoli. Lì sono rimasti i familiari, gli amici. Lì ci sono i loro beni. Lì c’è la loro vita. O almeno quella relativamente tranquilla che hanno vissuto fino a pochi giorni fa.

In sei sono arrivati nella notte tra domenica e lunedì a Marina di Grosseto, un viaggio lungo più di due giorni nel cuore dell’Europa. Sono i parenti di Natalya Myslyvets, colf ucraina che dal 2004 vive e lavora nella nostra città. «Quando ho visto che l’esercito russo era vicino a Kiev, li ho chiamati e li ho implorati di venire qui: così sto un po’ più tranquilla».

La consuocera Halina, 65 anni, la figlia Ludmila di 39, le due nipoti entrambe di nome Anastasya ventenni, il nipote Alessandro di 16, la nipotina Anna di 9. I ragazzi studiano, le più grandi all’Università a Kiev, economia, lui per diventare meccanico. Hanno lasciato tutto e tutti e sono scappati su un pullmino. Sono tornati a Marina di Grosseto, in una casa che già conoscevano, per avervi trascorso un periodo di vacanza nell’inverno di sei-sette anni fa. «Devo ringraziare l’amica Claudia che ci ha aiutato mettendoci a disposizione l’appartamento» dice Natalya parlando della padrona di casa, che resta volontariamente in disparte.

Parla di fatto solamente lei e non soltanto perché è l’unica che conosce l’italiano: nessuno ha voglia di parlare, gli occhi sono lucidi, le mani stringono i cellulari in attesa di notizie da casa, negli occhi ancora l’angoscia di chi ha dovuto abbandonare precipitosamente la terra in cui è nato. E nessuno sa per quanto tempo ne resterà lontano. In Ucraina è rimasto Serghi, il marito di Halina: pensionato, è rimasto a sorvegliare le poche cose di famiglia. E nessuno sa quando potrà rivederlo.

Il gruppetto è partito venerdì mattina: in auto fino al vicino confine con la Polonia. «Quel giorno c’erano 8 km di fila, adesso credo 50. Alla dogana hanno trovato soldati e poliziotti gentilissimi, specie con i bambini. Poi sono saliti su un furgone, che si è diretto verso la Repubblica Ceca». C’è stato un guasto, sono state perse alcune ore, poi finalmente l’arrivo a Marina di Grosseto.

La vostra città è stata bombardata? Natalya traduce ma già conosce la risposta: «No», dice, e le fanno eco i gesti delle donne sedute sui divani del tinello della casa del mare. «Hanno bombardato una città a una ventina di chilometri, Volodymyr Volyns’k. Non hanno visto con i loro occhi le scene che hanno invece visto in tv: c’era il loro esercito, quello sì, hanno visto i carri armati ucraini, hanno visto l’agitazione tra la folla della città. «Ci sono uomini che si sono armati, civili». Le sirene? «I primi giorni gli allarmi sono stati dati con le campane della chiesa, dal parroco». E in città sono rimaste ancora tante persone. «Io sono in pensiero non soltanto per il mio consuocero ma anche per le persone che conosco e vivono lì. Come i vicini di casa. Li chiamo tutti i giorni: ieri mi hanno detto che hanno sentito tre volte le sirene».

Natalya apre la galleria di foto del cellulare e mostra un gruppo di persone in un ambiente angusto: «Questi sono i nostri rifugi – spiega – Molte delle vecchie case di Novo Volyns’k hanno una specie di magazzino interrato, dove vengono custoditi gli alimenti. Questi sono miei amici, stanno vivendo così. Lì dentro». Suo figlio di 39 anni, fa il camionista per un’azienda polacca: «Ieri era in Olanda, oggi non so».

La vita scorre per loro da poche ore a Marina di Grosseto. C’è da organizzarsi per il riscaldamento, per mangiare, per tenersi in contatto con i propri cari, per tenere la mente impegnata in pensieri diversi dalla guerra. Come se fosse facile. C’è l’ostacolo della lingua, anche se i ragazzi se la cavano con l’inglese. E l’altra sera sono stati in centro, proprio per il gas: e in quei momenti Anastasya ha ricevuto in regalo una scheda telefonica, simbolo di benvenuto per una permanenza in Maremma che tutti si augurano la più breve possibile.

Facciamo una foto? Halina dice no, non se la sente. Anna, la più piccola, capisce subito. Lascia sulla poltrona il pupazzo, l’unico giocattolo che è riuscita a portare con sé, e va ad abbracciare la nonna. Poi indossa la giacca e insieme a mamma Ludmila e a Natalya esce sul terrazzo e posa per la foto. No, non c’è nulla per cui valga la pena di sorridere.

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di Redazione web