Toscana
Frode per le carni di agnello. Assolti: «Fatto di lieve entità»
Condanna per le due società: 25.800 euro ciascuna per gli illeciti amministrativi. La vicenda era partita nel 2015 dopo un esposto anonimo alla forestale
GROSSETO. I quattro imputati di frode in commercio, in relazione alle carni di agnello che avrebbero avuto un’origine diversa da quella dichiarata, sono stati dichiarati non punibili: il fatto è di particolare tenuità. Ma il giudice Adolfo Di Zenzo ha riconosciuto le responsabilità delle due società chiamate in giudizio per gli illeciti amministrativi: ciascuna dovrà pagare 100 quote per 258 euro ciascuna, in totale quindi 25.800 euro di multa per ognuna.
Sono stati assolti Valter Chelini, di Grosseto, imputato in qualità di coordinatore generale della Associazione toscana produttori zootecnici (Atpz) e redattore materiale dei documenti commerciali ritenuti falsi; Andrea Frosi, di Castiglione della Pescaia, dipendente della stessa società cooperativa e incaricato del ritiro degli agnelli, della tenuta della contabilità e della tracciabilità del prodotto; Giulio Biondi e Mario Biondi, di Semproniano, soci amministratori di 3B snc, società commerciale esercente attività di allevamento e mattazione ovini anche per Atpz, che avrebbe consegnato ad almeno quattro esercizi carne di agnello diversa per qualità, quantità e provenienza da quella dichiarata oppure pattuita, non sottoposta al disciplinare cosiddetto “AgriQualità”. Erano difesi dagli avvocati Alberto Bancalà e Giulio Torlone. La 3B snc era assistita dall’avvocata Francesca Colasanti, la Atpz dallo studio legale di Fabio Tavarelli.
La vicenda era nata nel 2015 dagli accertamenti del nucleo agroalimentare del corpo forestale dello stato, che si era mosso dopo aver ricevuto un esposto anonimo. L’ipotesi era che quelle carni ovine messe in commercio fossero non a filiera corta, come risultava dalle dichiarazioni, ma probabilmente provenienti dall’estero, addirittura dalla Slovacchia. Il periodo era quello compreso tra il marzo e l’aprile 2015.
Ciò che i difensori hanno tenuto a sottolineare, ricostruendo quanto emerso nel corso del dibattimento, è che tutto era nato sostanzialmente da un errore del dipendente addetto al trasporto, che non avrebbe avuto a disposizione la documentazione necessaria per quel quantitativo di carne di agnello. Si consultò quindi telefonicamente con uno degli imputati che, pur non essendo a conoscenza diretta delle modalità, suggerì per l’indicazione del lotto la datazione a partire dal primo giorno dell’anno. Fu quindi segnato un numero ma era sbagliato: 87 e non 88. E il numero sbagliato era riferito effettivamente a un lotto di agnelli provenienti dalla Slovacchia. Il documento fu successivamente corretto. Il sequestro della documentazione e il confronto avevano portato all’ipotesi del falso e quindi della presunta frode in commercio.
Al termine del dibattimento il viceprocuratore onorario Leonardo Brogi aveva comunque sollecitato una condanna a sei mesi per tutti gli imputati e a 200 quote da 258 euro ciascuna per le due società. Le motivazioni saranno depositate entro due settimane.
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