Sicurezza
Muore a 48 anni il treeclimber Riccardo Ferrari
Grosseto: arboricoltore filosofo e poeta della foresta, ha rivoluzionato la tecnica della potatura degli alberi nel rispetto della natura
GROSSETO. La notizia della sua scomparsa è un pugno nello stomaco. Chiunque l’abbia conosciuto, ha potuto apprezzarne non solo le doti professionali, ma anche umane e intellettuali. Un uomo che ha rivoluzionato la tecnica della potatura degli alberi nel rispetto della natura. E attraverso il suo lavoro, all'apparenza umile, ha lasciato una lezione di vita.
Addio al “custode degli alberi” Riccardo Ferrari, il più famoso tree climber d’Italia. Maremmano, arboricoltore filosofo, poeta della foresta, è morto prematuramente all’ospedale Misericordia di Grosseto nella notte tra domenica 6 e lunedì 7 febbraio per una malattia. Aveva solo 48 anni. Lascia la moglie Fiora e due bambini.
I suoi strumenti di lavoro erano la motosega, il rispetto della natura e i libri. La filosofia, la poesia e il bosco i suoi maestri.
«L’aula migliore per imparare a vivere per un giovane o un ragazzo è la foresta. Conoscere la vita che si muove e si sviluppa nei boschi è attingere alla purezza più profonda e antica del sapere», diceva Riccardo Ferrari. Lui stesso, il “treeboy”, come si divertiva a definirsi _ e come aveva chiamato la sua società _, di questo motto aveva fatto la sua ragione di vita.
Perito agrario, arboricolture con certificazione europea (European tree worker) e Isa certified arborist (certificazione internazionale), il suo lavoro era potare gli alberi. Ma Ferrari ne aveva fatto una filosofia di vita che andava ben oltre il tagliare via rami.
Rispetto ed empatia con la natura lo avevano condotto a perfezionare la tecnica del “tree climbing”, l’arrampicarsi di persona sull’albero da potare, per avere la certezza di recidere le parti strettamente necessarie, rispettando l’equilibrio della chioma e dell’intera pianta.
Tecniche che lui stesso aveva perfezionato lavorando in giro per il mondo, e che insegnava nei suoi corsi. Altre branche del suo lavoro erano la sperimentazione di nuove tecniche di lavoro, che lo ha portato a collaborare con grandi aziende produttrici di attrezzatura per i lavori in quota, la consulenza sulla sicurezza in tree climbing, che lo ha visto collaborare anche con l’Asl di Grosseto e con ditte e cooperative. Richiesto in Italia e all’estero, si è occupato di alberi monumentali o di alto valore paesaggistico su gran parte del territorio italiano, ma anche in Svezia, Spagna e Portogallo. E, sempre sul piano internazionale, era membro della sezione sperimentale tree climbing della Società Italiana di Arboricoltura ed esaminatore nella commissione d’esame per la certificazione per European Tree Worker.
A Grosseto ha collaborato per un periodo con il Comune per dare delle linee guida sulla potatura degli alberi, ma la collaborazione si è poi interrotta quando l'amministrazione ha finito per adottare la tecnica della capitozzatura, che lui ha sempre combattutto perché, diceva, «uccide la pianta».
«Per fare un uomo ci vuole albero», amava ricordare. E il bosco non era solo la sua professione. Lui stesso abitava in una casa nel cuore delle Bandite di Scarlino, piena di libri. E qui conduceva anche escursioni guidate per far conoscere il bosco ai ragazzi, una delle attività di divulgazione che più gli stavano a cuore. Era infatti anche un'eccellente guida ambientale.
Quando non era arrampicato su un albero, se lo portava nel cuore e nella penna: poesie, pensieri, brevi racconti che testimoniano la profondità e l'amore che Ferrari aveva per la natura.
Non era però solo tree climber. Supersportivo, Riccardo Ferrari praticava anche sport ad alto livello, maratone e triathlon primi fra tutti.
La Sia, Società italiana di Arboricoltura, lo ha ricordato sulla propria pagina Facebook e ha annunciato che pianterà un albero in sua memoria.
Non lasciare decidere l'algoritmo:
scegli Il Tirreno per le tue notizie su Google
