Il Tirreno

Grosseto

27 gennaio: Giorno della memoria

La Resistenza nel lager: Medaglia d’onore a Giuseppe Minucci

Francesca Ferri
Giuseppe Minucci (nel cerchio rosso) e, a destra, la Medaglia d'onore alla memoria che gli è stata conferita
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Giuseppe Minucci (nel cerchio rosso) e, a destra, la Medaglia d'onore alla memoria che gli è stata conferita

Arcidossino, era un soldato di 22 anni quando fu catturato l’8 settembre 1943. La figlia Antonella: «I militari erano pressati per aderire alla Rsi, ma lui rifiutò» 

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ARCIDOSSO. Pesava appena 40 chili Giuseppe Minucci quando tornò a casa ad Arcidosso nel 1945, dopo due anni di internamento in un lager nazista. Quaranta chili. Un peso disumano per un giovane della sua età. E ciononostante gravato anche da un macigno di orrore che Giuseppe si sarebbe portato nel cuore per tutta la vita: l’annientamento della dignità, la fame, il freddo. Il prezzo da pagare per la sua personale Resistenza non armata all’interno del campo. Perché Giuseppe, e come lui migliaia di altri giovani soldati italiani catturati dopo l’8 settembre del 1943, non ha mai ceduto alle pressioni dei nazisti di aderire alla Repubblica di Salò, cosa che gli avrebbe garantito il ritorno a casa. Tantissimi pagarono con la vita. Minucci sopravvisse, ma sopravvisse con lui anche quel dolore muto.

Ieri, nel Giorno della memoria, Minucci ha ricevuto a Firenze la Medaglia d’onore alla memoria concessa dal Presidente della Repubblica Sergio Mattarella, ritirata dalla figlia Antonella dalle mani del prefetto Valerio Valenti. Il riconoscimento è stato consegnato anche ai parenti di altri quattro ex internati. «Un’emozione forte e toccante», la descrive Antonella Minucci.

Giuseppe Minucci nasce ad Arcidosso nel 1921 e nel 1943 è un soldato di 22 anni di stanza all’aeroporto di Tirana in Albania. Si trova proprio qui l’8 settembre di quell’anno, giorno dell’armistizio. «Furono subito disarmati – spiega Antonella – e fatti prigionieri. Mio padre si dichiarò non collaborante e fu deportato».

Stipato in un carro bestiame con altri prigionieri, Giuseppe attraversa l’Europa dai Balcani alla Sassonia, nella Germania orientale, dove è destinato al campo di Altengrabow, Stalag XI A, come internato militare.

«Della prigionia raccontava pochissimo, un atteggiamento comune a molti prigionieri – dice ancora la figlia – Raccontava solo della fame, delle condizioni estreme, del freddo e del lavoro duro. Cercava di ripararsi tagliando delle strisce dai sacchi di cemento e mettendosele addosso sotto la tuta».

La maggior parte delle informazioni Antonella Minucci – insegnante di italiano e storia in pensione, da 50 anni residente a Firenze – le ha raccolte grazie a ricerche e studi.

«I soldati italiani internati sono stati oltre mezzo milione e la storiografia li ha lasciati un po’ da parte – spiega – Attraverso un accordo tra Mussolini e Hitler furono internati come Imi, “internati militari italiani”, uno status giuridico che esiste nel diritto bellico, ma che non corrispondeva alla loro condizione, e che aveva come effetto quello di tagliarli fuori dal controllo e dall’assistenza di organismi internazionali come la Croce rossa, trasformandoli in lavoratori coatti a condizioni durissime». Manodopera gratuita di cui la Germania, in quel momento, aveva più che mai bisogno.

«Le sopraffazioni e le violenze erano all’ordine del giorno – spiega ancora Minucci – anche perché i soldati italiani erano considerati dei traditori dai soldati tedeschi. E c’è una cosa particolare. Al momento della cattura, ma anche dopo, i militari italiani erano sottoposti a pressanti richieste di adesione alla Repubblica sociale di Mussolini. Chi aderiva poteva, in cambio, fare ritorno in Italia, garantirsi la vita. E mio padre disse sempre di no».

Nei primi mesi del 1945 i sovietici, entrati in territorio tedesco, liberano via via i lager. A primavera tocca ad Altengrabow e Minucci, con un viaggio simile a quello raccontato da Primo Levi in “La tregua”, fa ritorno a casa, ad Arcidosso.

Qui riprende la propria vita. Apre un’officina meccanica nella piazza centrale e nel 1950 sposa Zelia. Antonella è la loro unica figlia.

Le cicatrici della prigionia, però, non guariranno mai. «Ne ha risentito per tutta la vita – racconta la figlia – aveva disturbi alimentari. Il motivo per cui ha tirato avanti è che era molto bravo ad aggiustare i motori, preciso, rinomato. Un grande lavoratore. E ricordo che non soffriva il freddo, dopo quello che aveva sopportato nel lager. Era difficile vederlo col cappotto d’inverno».

Minucci è venuto a mancare nel 2014. Ieri finalmente il riconoscimento da parte dello Stato per il suo sacrificio.

«La Resistenza nei lager nazisti – dice la figlia – ha fatto onore all’Italia come la Resistenza armata. Quello che ha dato forza ai sopravvissuti era il desiderio di pace e di libertà, la dignità. Valori alti che dobbiamo tenere vivi».

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