Sicurezza
«Esaurito e stressato dalla burocrazia Mi sono deciso: vado in pensione»
Dopo 42 anni di attività il dottor Dario Francesconi lascia l’ambulatorio Dalla laurea ai tantissimi pazienti affezionati, il racconto di una carriera
L'INTERVISTA
Dopo una vita al servizio della comunità follonichese, il dottor Dario Francesconi il 31 gennaio indosserà per l’ultima volta il suo camice bianco. Va infatti in pensione dopo 42 anni di attività. Nato a Follonica il 6 gennaio del 1954, Francesconi si è laureato in Medicina a Pisa nel 1979 ed è medico di Medicina generale dal 1982.
Dottor Francesconi proviamo a riavvolgere il nastro. Cosa ricorda dei suoi primi anni da medico?
«Ho lavorato nel reparto di chirurgia a Massa Marittima per sei mesi con incarico, ma il mio obiettivo era quello di stare fra la gente in medicina generale perché mi piaceva il contatto con il pubblico. Il dottor Menoni mi aveva fatto nascere anatomicamente, mi voleva bene e io volevo andare con lui, ho lavorato tanto per avere i titoli e quindi la convenzione e la possibilità di avere i pazienti e nel maggio del 1982 ce l’ho fatta. Ho iniziato con lui, poi è andato in pensione ma ci siamo frequentati fino al giorno della sua scomparsa».
Cosa ha rappresentato per lei Giorgio Menoni?
«Per me è stato come un secondo babbo, con lui sono cresciuto professionalmente, c’era grande affetto fra noi, ho ereditato molti pazienti e piano piano sono riuscito a crearmi il mio spazio, cosa non facile a quei tempi. Ancora durante gli studi ero spesso nel suo ambulatorio, per me si è rivelata una persona fondamentale. Lavorare con lui è stato un privilegio».
Come ha vissuto questi due anni di pandemia? Sono stati questi i più difficili della sua carriera di medico?
«Sono stati pesanti, posso dire che mi hanno rovinato la vecchiaia. Legalmente avrei potuto continuare ancora un po’, ma sono esaurito e stressato dalla burocrazia. Sono nato in un’altra epoca quando con le mani si visitava e si scrivevano le ricette. Oggi è tutto informatizzato che, per carità, sarà sicuramente il futuro, ma io credo che, come medicina pura, mettere le mani su un malato e dare un parere clinico sia ancora la cosa migliore».
Un tempo il medico di famiglia era un punto di riferimento per il paziente. Oggi è ancora così?
«Per i pazienti di una certa età sì. Alcuni li seguo da quarant’anni e di loro conosco vita morte e miracoli. Spesso mi hanno confidato anche cose extra mediche. Ho sempre cercato di dare nel mio piccolo anche consigli su fatti personali e situazioni familiari. Tutto quello che ho potuto fare per aiutare le persone l’ho fatto sempre molto volentieri. Oggi è tutto diverso, la medicina ormai è spersonalizzata, si fa tutto su appuntamento, manca quel rapporto umano di grandissima importanza. Per me non è cambiato molto; io continuo a fare quello che facevo, ma in futuro credo che non sarà più così».
E con i pazienti che, a una sua diagnosi, le dicono: “Ma ho visto su Internet e non era proprio così”, lei cosa risponde?
«Dico: “Hai capito qualcosa di quello che hai letto o credi di interpretarlo a modo tuo perché ti fa comodo?”. Voglio dire, Internet è utilissimo però va saputo leggere e interpretare».
Ha pensato in questi giorni a quanto gli mancheranno i suoi pazienti?
«Sì, ci ho pensato eccome. Mi mancherà il contatto giornaliero con la gente che, sono sicuro, continuerà a volermi bene. Ma è anche vero che sono vecchiotto, devo cominciare a pensare anche alla salute. Il Covid ha sicuramente anticipato questa decisione, i miei programmi erano altri».
Per esempio?
«Mi sarebbe piaciuto trovare un medico giovane che mi aiutasse. Avrei ridotto ore e giorni di lavoro, avrei preso il tutto con più calma e mi sarei avvicinato piano piano alla pensione. Invece la pandemia ha fatto saltare i miei programmi».
Com’è la situazione dei medici di base che lascia Dario Francesconi?
«Una situazione complicata. Non ci sono medici disponibili. Poi fra tamponi, quarantene, contagi, isolamenti e la psicosi che si è venuta a creare, è un contesto di stress continuo. Gestire più di 1500 pazienti in tempi normali è una cosa, oggi il lavoro è raddoppiato, tutto molto difficile».
Dal 1° di febbraio inevitabilmente la sua vita subirà un cambiamento: la sveglia non suonerà più alle 6 per essere operativo in ambulatorio. Come si organizzerà?
«In parte continuerò a vedere diversi pazienti e amici e, diciamo, li seguirò per hobby, gratis naturalmente. Lo farò con piacere perché un conto è seguire un centinaio di conoscenti e un conto è seguirne più di mille».
Sarà l’occasione per dedicarsi alla pesca subacquea che pratica da tantissimi anni e anche con ottimi risultati?
«La pesca è sicuramente una delle mie passioni preferite, ma non è l’unica. Mi piace molto anche la caccia, andare a cercare funghi e asparagi, ma mi piace molto anche viaggiare e assistere a rappresentazioni teatrali».
Cosa vuole dire ai suoi pazienti che per 42 anni sono stati suoi compagni di vita?
«Che sono felice di potermi dedicare ai miei affetti, in particolare a mio nipote Tommaso, e che ringrazio tutti coloro che negli anni mi hanno sempre dimostrato la loro stima e il loro affetto».
© RIPRODUZIONE RISERVATA
Non lasciare decidere l'algoritmo:
scegli Il Tirreno per le tue notizie su Google
