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Grosseto

Concordia, dall’inizio alla fine Il Giglio negli scatti di Tardani

francesca ferri
 Concordia, dall’inizio alla fine Il Giglio negli scatti di Tardani

Inaugurata in Provincia la mostra collegata all’omonimo libro realizzato con Silvano Polvani Dal disastro al capolavoro della rimozione, dieci anni raccontati in bianco e nero  

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l’evento

francesca ferri

Raccontata dalle parole dei giornalisti, immortalata dalle immagini dei fotoreporter, la tragedia della Costa Concordia è stata uno dei fatti di cronaca più rilevanti degli ultimi anni. Ma quando si chiudono i taccuini e si spengono le telecamere, ecco che a cominciare il racconto di quel che è stato non è più il giornalista, ma l’artista. Che tira fuori dal cassetto dieci anni di traversate dello stretto dell’Argentario e propone una visione inedita del «grande cetaceo spiaggiato», come la definì Adriano Sofri nella sua cronaca dall’isola all’indomani del naufragio.

L’artista è Carlo Tardani, maestro di fotografia, che ieri ha inaugurato a Palazzo Aldobrandeschi, sede della Provincia di Grosseto, la mostra “Il Giglio. I 10 anni che sconvolsero l’isola”, legata all’omonimo libro (Colibrì) realizzato con Silvano Polvani, che ha curato i testi, uscito il 13 gennaio per i 10 anni del naufragio.

L’inaugurazione è stata tenuta a battesimo dalla prefetta di Grosseto, Paola Berardino e dal presidente della Provincia Francesco Limatola. Presenti anche il sindaco di Isola del Giglio, Sergio Ortelli, e l’assessore regionale Leonardo Marras.

«La Concordia e l’Isola del Giglio entrano nella mia vita in modo banale – racconta Tardani – Stavo oziando sul divano a guardare il tg della notte e nel sottopancia, in maniera sintetica, informavano che davanti all’isola del Giglio c’era una nave da crociera in difficoltà. Io, per il mio lavoro di fotografo, sono sempre a caccia di storie; stavolta la storia mi venne addosso, a 50 chilometri da casa mia. Tentai di andare al Giglio ma non ci riuscii».

La pressione mediatica si fa fortissima, la Concordia è la notizia principale di tutti i media del mondo, per mesi.

«È logico che le persone si incuriosiscano – dice Tardani – e così anch’io un giorno andati con i miei figli al Giglio, ad alimentare quello che venne definito “il turismo dell’orrore”». Non un turista, però, era Tardani. «Portai con me la macchina fotografica, una sola, che è ormai una specie di appendice del mio corpo».

Babbo e figli prendono a noleggio tre motorini e percorrono in lungo e in largo l’isola. «Ci accorgemmo che ad ogni tratto di strada appariva preponderante la Concordia. da ogni angolo, da ogni bar, da ogni ristorante, da ogni angolazione, c’era la nave».

Tardani la immortala nella sua macchina fotografica. E continuerà a farlo per tutti i successivi due anni e mezzo in cui il relitto è rimasto incagliato a Punta Gabbianara, registrando – scatto dopo scatto – tutta l’incredibile storia del naufragio e della ciclopica opera umana per rimuoverlo, dal parbucking (il raddrizzamento del relitto) alla partenza, quella che Tardani definisce «il corteo funebre» della nave.

«Le foto sono rimaste per sette anni nel cassetto – dice Tardani – finché con Silvano Polvani non abbiamo deciso di farne un libro».

Ma come raccontare la Concordia a dieci anni di distanza? «Abbiamo scelto un racconto lineare, semplice, per far capire quello che era successo». Innanzitutto c’è da raccontare di chi non ce l’ha fatta: le 32 vittime tra i passeggeri e il sommozzatore spagnolo morto durante la rimozione.

«Poi, però, dovevamo anche attualizzare la storia. Quindi è nata l’idea di rifotografare gli stessi scorci, ma ormai senza la Concordia». E così Punta Gabbianara, da brulicante cantiere per il parbuckling torna a essere il solitario scoglio abitato solo da gabbiani e il paese non si affaccia più sul relitto ma ritrova il profilo della sua costa selvaggia.

Tutte le foto sono in bianco e nero «perché il colore distrae – dice Tardani – mentre il bianco e nero rivela l’essenza».

«Se posso fare un appunto agli amministratori – dice Tardani – vorrei che l’impegno incredibile che è stato fatto al Giglio per rimuovere il relitto diventi un modello. È stata l’archetipo della nostra nazione: un italiano che fa il disastro e gli italiani, uomini e donne, creano il capolavoro. L’italiano deve toccare il fondo per dare il meglio».

La mostra rimarrà nella sala Pegaso della Provincia fino al 5 febbraio poi partirà per un tour, la cui prima tappa sarà la sede della Protezione civile, dove verrà inaugurata il 15 febbraio, accompagnata da un incontro alle 9,30 a cui parteciperanno le istituzioni.

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di Redazione web