Il Tirreno

Grosseto

Quando la sanità mise insieme l’Italia «Oggi una raffica di tagli e criticità»

GIAN UGO BERTI
Quando la sanità mise insieme l’Italia «Oggi una raffica di tagli e criticità»

Nel 1978 il parlamento italiano diede il via libera alla riforma per garantire a tutti cure adeguate all’interno degli ospedali 

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L’INTERVISTA

GIAN UGO BERTI

In questi giorni ricorrono i 43 anni dal varo della Legge “833”, che ha sancito la nascita del Servizio sanitario nazionale. Fino al 1978 la sanità si basava su un sistema assicurativo di tipo mutualistico, che dava assistenza solo ai lavoratori e ai loro familiari. La riforma, che porta il nome principale di Eletta Martini, è stata ed è una riforma che spicca per il carattere universalistico ed è giudicata tra le migliori nel mondo. Tanto da essere copiata in altri Stati. Lo sostiene a chiare lettere il presidente provinciale dell’ordine dei medici, chirurghi ed odontoiatri, Paola Pasqualini.

La relatrice della legge in parlamento, quel giorno, per spiegare la novità sostanziale, disse: «D’ora in avanti daremo a tutti gli italiani un cappotto. Chi vorrà invece la pelliccia se la dovrà comprare». Il concetto innovativo è stato mantenuto?

«La legge si basa sul principio, sancito dalla nostra costituzione, d’equità nelle cure, come diritto di tutela della salute del cittadino, a prescindere da reddito e posizione sociale. È stata la prima legge a parlare di “diritto” alla salute. Fu senz’altro una svolta, e vorrei sottolineare come la figura portante di questa riforma sia stata una donna. A fianco della norma, potevano realizzarsi strutture private dove comunque il cittadino aveva la possibilità di rivolgersi per avere qualcosa in più del necessario, come lo è appunto la “pelliccia”. Nacquero cosi le Unità sanitarie locali. All’epoca in Provincia di Grosseto erano istituite le seguenti Usl con relativi Ospedali. Usl 28: Grosseto-Scansano; Usl 29: Orbetello-Manciano.Pitigliano; Usl 32: Amiata-Castel Del Piano; Usl 27: Colline Metallifere-Massa Marittima. Con la successiva riforma del 1992-93 siamo poi passati alle Aziende Sanitarie Locali (Asl) con possibilità di “forme integrate” di assistenza sanitaria. Credo che il concetto di base sia stato sostanzialmente mantenuto, nonostante qualche “deriva”».

Doveva essere una legge per mettere sullo stesso piano la tutela della salute in tutta Italia. Invece nel tempo si sono di fatto create venti “Sanità” regionali diverse, ovvero ognuna si differenzia dalle altre secondo criteri programmatrici. Un esempio negativo è stata la gestione della pandemia. Il problema esiste, perché la tendenza della migrazione verso le regioni settentrionali alla ricerca del più adatto luogo di cure era crescente. Si potrà azzerare questa situazione?

«Inevitabilmente la riforma successiva ha determinato un progressivo decentramento decisionale che ha portato a differenze nella realizzazione di percorsi e distribuzione di risorse, favorendo il gap tra nord e sud. La migrazione verso regioni più ricche era presente prima del Covid proprio per queste ragioni. Tuttavia la pandemia ha evidenziato che non sempre essere più ricchi o avere più risorse vuol dire avere maggiore efficacia ed efficienza. Forse azzerare sarà difficile, ma migliorare si può. Il futuro dipenderà dalle scelte politiche che verranno prese».

Se la riorganizzazione delle strutture ospedaliere ha retto, pur tra non poche difficoltà, “sotto attacco” c’è la situazione del territorio. Come vanno le cose in provincia di Grosseto?

«Da qualche anno in Toscana sono state realizzate le Aree vaste, macro Asl che comprendono più provincie, come ad esempio Grosseto che insieme a Siena e Arezzo fa parte della Area vasta UslSud est. Rimangono gli ospedali di Grosseto, Orbetello, Massa Marittima e Castel del Piano. Questo modello presenta alcune criticità, in particolare ha aumentato la distanza tra decisori, operatori e cittadini e quindi tra decisori e bisogni. L’emergenza Covid ha reso tristemente tangibile il peso dei tagli fatti a tutti i livelli. La nostra provincia è una delle più grandi d’Italia, con differenze oro-geografiche importanti e bassa densità di popolazione. Ciò rende difficile al cittadino la fruibilità dei servizi, con una tendenza centripeta dal territorio alla città. Ma le due realtà non possono che essere interconnesse tra loro; se la “mission” degli ospedali è l’assistenza per “acuti”, il processo deve invertirsi in una rete “circolare” di assistenza. Al momento, il territorio non è in grado di fare né da filtro né da supporto, ma questo perché non si investe né da un punto di vista tecnologico, né da un punto di vista strutturale».

In questo momento di pandemia si sottolinea la mancanza di medici. Nei giorni scorsi, il ministero ha detto che rimarrà il numero chiuso alla facoltà di medicina, sostenendo che sia adeguato ma deve solo essere riequilibrata la distribuzione sul territorio. Che futuro prevede?

«Rimango sconcertata nel sentire le parole del ministro delll’istruzione, Maria Cristina Messa, che non sembra aver compreso che i medici mancano adesso e che non è un problema di ridistribuzione sul territorio. Il numero delle iscrizioni alla facoltà di medicina sfornerà medici tra sei anni e specialisti tra dieci, con il rischio, allora, di overbooking, ma non ora. Adesso risentiamo dell’imbuto formativo dovuto al numero chiuso delle scuole di specializzazione. Soluzione: calibrare il numero delle iscrizioni basandosi su proiezioni a medio-lungo termine. Utile è assumere gli specializzandi al terzo-quarto anno, migliorare le condizioni di lavoro e le retribuzioni (che sono le più basse in Europa), al fine di evitare la fuga nel privato, o peggio all’estero. Si tratterebbe di far bene i conti e decidere d’ investire nuovamente nella sanità. Quindi, ritornare a credere e investire nella sanità pubblica».

Dando un voto da zero a dieci, sente di promuovere la 883?

«È chiaro che i tempi cambiano, come le situazioni economiche, politiche e sociali tali da determinarne delle variazioni. Ma se la base fondante rimane lo spirito di uguaglianza e il diritto alla salute non posso che promuoverla a larghi voti».

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