Gioco
Parte una raccolta fondi per Emmanuel «Riporteremo il suo corpo in Ghana»
Gli amici del 36enne travolto in bici hanno diffuso un appello. E sono riusciti a rintracciare i suoi familiari in Africa
Elisabetta Giorgi
GROSSETO. Emmanuel Yeboah era nato in Ghana, aveva 36 anni ed è morto mercoledì mattina dopo essere stato travolto da un autocarro, sul ponte della provinciale 154 di Spadino. Loro, Faisal, Razak e gli altri, sono un gruppo di amici, una comunità compatta e affiatata. Abitano a Grosseto. Pure loro originari dell’Africa – chi del Ghana, chi del Senegal, chi del Gambia – in questi anni hanno conosciuto e voluto bene al povero “Emma” e adesso vogliono raccogliere fondi per far sì che il suo corpo torni in Ghana.
Complicato, in questi giorni, rintracciare e contattare la famiglia che vive in una regione difficile da raggiungere. Ma gli amici di “Emma” l’hanno trovata.
Due giorni fa hanno scritto un post e lanciato un appello su Facebook. L’hanno condiviso in vari gruppi social africani con tanto di foto dell’amico morto a Grosseto e ce l’hanno fatta. Il messaggio è arrivato dritto all’obiettivo. «Questo nostro fratello si chiamava Emmanuel Yeboah – hanno scritto gli autori del post – Si crede provenga dal Ghana nella regione di Bono Ahafo e da una città chiamata Dormaa Ahenkro». Giovedì 16 ha avuto un incidente, proseguono gli amici. «Ha perso la vita tornando a casa dal lavoro in bicicletta, è stato investito da un furgone in Italia, a Grosseto. La polizia italiana sta cercando di mettersi in contatto con qualcuno dei familiari. Per favore, condividete questo per aiutarci a riportare il corpo a casa». I due giovani ghanesi che hanno scritto il post – Faisal Goma e Abdul Razak Yakubu – sono stati contattati dopo poco dalla sorella di Emmanuel, si chiama Ama Yeboah. Vive in Ghana nella città di Dormaa Ahenkro. «Ditemi se è vero che mio fratello è morto», ha scritto E Faisal e Razak hanno dovuto annuire. È stato un primo contatto, ne seguiranno altri. A questo punto «la famiglia ci dirà cosa vuol fare di Emmanuel – prosegue Faisal – Pensiamo che al 99% voglia riportarlo in Ghana. E noi vogliamo aiutarla. Vorremmo organizzare una raccolta fondi per far sì che il corpo torni nella sua terra».
Faisal e Razak non sono soli. Accanto a loro c’è una comunità africana eterogenea, che vive in Maremma. «A Grosseto, come ghanesi, siamo davvero pochissimi, ma come africani siamo tanti. Molti sono arrivati dal Senegal o dal Gambia». Perlopiù dagli stati occidentali del Continente nero. «Chi più chi meno, siamo uniti». È un concetto di identità collettiva. «E ci sono anche tanti italiani – dice Faisal – che ci stanno dando un segnale forte: hanno condiviso il post e dimostrato attenzione e sensibilità alla storia di Emma. Li ringraziamo».
Faisal Goma è in Italia da 6 anni, vive a Grosseto. Nato nel 1997, sposato con una bimba, è arbitro regionale di basket (serie D maschile e B femminile) ma anche istruttore di mini basket, e poi mediatore linguistico culturale (attivo per Oxfam Italia, Cooperativa Odissea e altri Cooperative), inoltre d’estate lavora nel ristorante di un casale nella zona di Principina mare dov’è stato “adottato” dai titolari per le sue qualità professionali e umane. «Un ragazzo d’oro», lo descrivono. Con Emmanuel, Faisal aveva stabilito un contatto autentico. «Lo conobbi – racconta lui – quando arrivai in Italia 6 anni fa: Emma, come lo chiamavamo, aiutava noi africani a farci i capelli, era bravissimo. Poi ci dava consigli su come vivere in Italia, era qua da tantissimi anni. Era giunto in Italia come calciatore e poi non ha più continuato quel percorso. Era una persona umile, gentile, brava e nutriva tanto rispetto per tutti. Quando ho saputo dell’incidente sono rimasto tanto male. E mi sono arrabbiato per alcune frasi. A volte dicono che “noi neri” andiamo in giro a fare i delinquenti, che stupido o matto è chi va in bici lungo strade pericolose, senza sapere che a volte non è una scelta ma capita di lavorare senza un mezzo se non la bici, e anche morire per quello. Sapete quante volte ci hanno colpito gli specchietti, e quante volte abbiamo rischiato la vita per andare a lavorare. Io ora ringrazio tutti gli italiani e gli africani che ci stanno aiutando in questa storia. Non è soltanto merito mio o di Razak, ma di molti. In tanti ci stanno dando una mano anche solo condividendo la notizia del nostro fratello morto, per far sì che possa tornare nella sua terra».
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