Sicurezza
La Feniglia distrutta torna a vivere A dimora più di 1.300 alberi e piante
A fine 2019 una tempesta devastò la pineta. I carabinieri forestali stanno portando avanti un maxi rimboschimento
IL PROGETTO
IVANA AGOSTINI
Due anni fa la pineta della Feniglia venne devastata dalle raffiche di vento.
Dal gennaio 2020 i carabinieri forestali hanno iniziato un’operazione di rimboschimento e di semina per far rinascere la natura distrutta. Finora sono stati piantati 1.315 alberi e piante di specie varia e seminati 3.050 semi di piante di varie specie.
«Non si è trattato di una tromba d’aria – spiega il colonnello dei carabinieri forestali Giovanni Quilghini – ma di un “downburst”, una colonna d’aria fredda che scende rapidamente accompagnata da forti piogge. Al momento dell’impatto con il suolo la colonna d’aria forma un vortice e crea l’effetto che si vede quando un bambino getta un secchiello d’acqua sulla spiaggia. Questo noi abbiamo trovato in quel punto della Feniglia: i pini disposti a ventaglio».
Uno spettacolo che fu un colpo al cuore per chi vive quella pineta e la difende cercando di conservarla anche lottando contro le avversità del meteo e della natura.
Il disastro provocato da quel “vento” mai visto prima ha lasciato sul terreno circa 2.600 metri cubi di legname che poi è stato utilizzato per il cippato. I carabinieri forestali che si occupano di conservare l’ambiente della Feniglia hanno iniziato, da gennaio, a piantare nuovamente i pini a cui hanno aggiunto altre piante per ricreare quella pineta strappata via dal vento.
Un’operazione che può sembrare semplice ma che non lo è all’interno di una riserva naturale dove appena la piantina germoglia c’è un animale che la preda.
Così, passeggiando per la pineta, è facile vedere piante “mangiucchiate”, alcune delle quali non si riprenderanno mai e avranno bisogno di essere piantate di nuovo. Quindi, per difendere le piante dai daini e dai cinghiali, nella zona dove si è verificato l’evento meteorologico sono stati realizzati quattro recinti dentro i quali sono stati messi a dimora i pini ma anche lecci, corbezzoli e altre specie.
«La nostra è una pineta e quindi ripiantiamo i pini ma anche altre specie che andranno a formare il bosco – spiega il maresciallo ordinario dei carabinieri forestali della Feniglia, Vittorio Di Cori – per proteggere le nuove piante abbiamo realizzato dei recinti in modo da evitare che i daini vi entrassero e mangiassero le piantine appena messe e i freschi germogli».
Il lavoro dei carabinieri forestali è instancabile.
Quest’estate, a causa della siccità, hanno dovuto innaffiare le piante per evitare che il lavoro andasse perso. Hanno anche seminato i semi dei pinoli, le ghiande. Ora di quella semina fatta anche di recente si vedono i frutti.
Un pino che sta spuntando con ancora il pinolo sulla testa; piccole piante che adesso rischiano di essere predate dai daini. Nella zona devastata dal vento una parte è stata lasciata alla riproduzione naturale del bosco. Ora però anche lì saranno fatti i rimboschimenti.
In quel tratto sarà realizzato un altro recinto per difendere le nuove piante. Un lavoro costante che poco appare all’esterno ma che richiede cura per una pineta che ormai ha sulle spalle oltre un secolo.
«La pineta della Feniglia, dopo che furono tagliate tutte le piante e dopo che divenne un pascolo, nel 1911 fu acquistata dallo Stato ed ebbe inizio il rimboschimento – dice il colonnello – e la prima cosa che fu fatta fu un’opera di ingegneria naturalistica, le barriere frangivento».
La pineta di adesso è quella di allora. Un ambiente che è costantemente sotto la lente d’ingrandimento dei carabinieri forestali che sanno perfettamente che quello che hanno tra le mani non è un giardino ma qualcosa di molto più delicato. Dove i pini si sorreggono l’uno con l’altro. Dove un pino caduto non si toglie se non è pericoloso ma si mantiene perché è utile all’intero bosco.
Ogni gesto è dettato dalla necessità di proteggere un ambiente delicato.
I semi sono raccolti, poi inviati a Pieve Santo Stefano (Arezzo) per essere catalogati, certificati, poi piantati. Poi tornano sotto forma di piantina che sarà messa a dimora. Niente è lasciato al caso.
Non lo è nemmeno la spiaggia dove sulle dune, a novembre, sono state messe a dimora 700 piante fra ammophila, gigli e tamerici.
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