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Botte in aula, parla l’esperta «Il bullismo va prevenuto»

Tommaso Silvi
Botte in aula, parla l’esperta «Il bullismo va prevenuto»

La vicenda è avvenuta in una scuola elementare di Grosseto dal 2012 al 2016 La professoressa Menesini: «Preoccupata dal comportamento delle maestre»

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Tommaso Silvi

GROSSETO. La forza del branco. «Quella che fa sembrare meno gravi anche gli episodi violenti. Quando una cosa si fa tutti insieme, rischia di apparire come un gioco. Comprese le circostanze in cui si picchia un compagno di classe». A parlare è Ersilia Menesini, docente di psicologia all’università di Firenze, esperta di bullismo. Commenta la vicenda raccontata sull’edizione di ieri. Il caso di un bimbo di Grosseto picchiato alle elementari, dal 2012 al 2016. Il tribunale civile di Firenze ha riconosciuto un indennizzo da 95mila euro all’indirizzo della vittima. Il padre ha raccontato al Tirreno che suo figlio – oggi quasi 16enne – da quegli episodi di violenza non si è più ripreso. «Ormai tutti gli studiosi sono concordi – dice Menesini – il bullismo non è una cosa passeggera. Sono ferite che segnano le vittime per sempre. In prima battuta, chi riceve violenza ha difficoltà nell’apprendimento scolastico. Poi iniziano anche gli ostacoli nella vita di tutti i giorni. Ansia, depressione, crollo dell’autostima, fino al rischio del suicidio, che infatti emerge in questa specifica circostanza».

Nella storia ambientata a Grosseto, il padre del bimbo bullizzato si è accorto di cosa stava accadendo ogni giorno nella classe di suo figlio alzandogli la maglietta, a casa, e notando i lividi sul suo corpo.

Ma come ci si accorge quando il proprio bambino fa parte del gruppo degli aggressori? «Innanzi tutto – precisa Menesini – non è corretto parlare di bulli. Sono bambini, o ragazzi, che hanno atteggiamenti violenti. Identificarli come bulli li etichetta in modo pesante, quasi permanente. Dietro al fenomeno del bullismo – va avanti la professoressa – ci sono molte sfumature. Certi bimbi lo fanno solo per l’esigenza di sentirsi al centro dell’attenzione. Si creano un gruppetto e poi si lasciano andare con la violenza per essere osservati dagli altri e avere addosso gli occhi di tutti. In altri casi, invece, la violenza viene vista e imparata tra le mura domestiche, e poi riportata nella vita di tutti i giorni». Menesini, poi, entra nel merito del caso di Grosseto. «Quello che mi sorprende è il fatto che le maestre non si siano accorte di nulla. Mi sembra strano».

Quello che si può fare, e che si deve fare sempre di più, è prevenire. «Dobbiamo entrare nell’ordine di idee che la prevenzione è un aspetto fondamentale, da potenziare negli istituti. Perché certi episodi – dice ancora Menesini – possono essere bloccati in partenza. Nel caso del bimbo di Grosseto, va evidenziato anche il fatto che si tratta di un disabile dalla nascita. Nei confronti di questi soggetti gli insegnanti devono avere una sensibilità maggiore, tenere gli occhi ben aperti affinché non vengano presi di mira dai compagni. Purtroppo accade spesso».

Da qualche mese, il 15enne di Grosseto è stato inserito in una società sportiva in qualità di assistente allenatore. Sta tornando alla vita. Lontano dalle botte. Verso un nuovo capitolo della sua esistenza.

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