Il Tirreno

Grosseto

IL PUNTO DI VISTA

Parla il manager: «A chi teme l’arrivo dei Prada io dico: sono i privati a difendere Cala di Forno»

Rosario Cardillo
Una veduta di Cala del Forno
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Una veduta di Cala del Forno

Grosseto, il manager Rosario Cardillo frequenta il Parco della Maremma dagli anni Settanta e offre il suo punto di vista sulla vendita 

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L'INTERVENTO

Prosegue il dibattito sulla vendita a Patrizio Bertelli (Prada) della tenuta Vivarelli Colonna a Cala di Forno, nel Parco della Maremma. Questo il punto di vista di Rosario Cardillo, manager veneto di origini siciliane, ripreso dal suo profilo Facebook.

Rosario Cardillo*

Nessuno, come chi ci vive, può conoscere un territorio, i suoi segreti e i suoi valori, nel rapporto endemico con la comunità.

Fin da quando mi avvicinai alla Maremma Toscana, con più attenzione verso il Grossetano, capii che questo territorio rappresentava una risorsa in più del Bel Paese, da tutelare, anche se poco conosciuta o addirittura mal considerata. Non presentava episodi paesaggistici eclatanti o spettacolari, ma una dolcezza e un equilibrio che ne qualificavano l’armonia e la bellezza infinita.

La straordinaria, pressoché unica e fortunata, condizione di quei 30 chilometri di costa tirrenica, esenti dal passaggio di strade e ferrovie litoranee, grazie al percorso che l’Aurelia segue in quel tratto, restando alle spalle dei Monti dell’Uccellina, così come a distanza dalla zona di foce dell’Ombrone, ha restituito ai giorni nostri una fascia mediterranea, pur breve, pressoché incontaminata. A questa circostanza irripetibile, si aggiunge la ricchezza di tante altre risorse di pregio ambientale, quali le paludi, le praterie, i monti coperti di Leccio, le grotte, le spiagge, la fauna e di testimonianze storiche e antropologiche, quali le torri, i casali, i butteri, gli allevamenti di mucche e cavalli allo stato brado.

Cala di Forno è la perla di tutto questo e non merita certo di essere scenario di polemiche...

Nel 1975 ero un giovane escursionista-naturalista e, scoprendo questo lembo poetico di terra, nello stesso periodo in cui fu costituito il Parco Regionale della Maremma, leggendo e documentandomi, capii che il ruolo dei proprietari privati di alcune zone dello stesso Parco era stato da sempre orientato alla tutela, alla conservazione e non certo alla speculazione. Se qualche diatriba aveva caratterizzato la fase costituente del Parco, era soltanto perché alcune famiglie locali, legate alle tradizioni più antiche dei luoghi, volevano preservarne l’integrità. Quindi non era vero il contrario, come era accaduto, invece, nell’ambito della nascita di altri parchi italiani... Non è un caso che il Parco della Maremma sia stato istituito su un modello conservativo e protezionistico tra i più evoluti nel panorama delle aree protette italiane.

Da escursionista prima e, poi, da turista mi sono fatto un’idea della vicenda Cala di Forno e dell’esito finale legato alla sua cessione, interpretando ciò che ho visto, letto e sentito e, in precedenza, vissuto...

La prima volta che ci arrivai da sentiero, peraltro in un periodo di punta prepasquale, intorno al 1976 o 1977, la trovai completamente deserta. In spiaggia e nella radura non c’era nessuno e il casale era chiuso e avvolto nel silenzio...

Più avanti, mi sembrò quanto mai appropriata la scelta, negli anni ’80, di concedere l’uso del casale e della spiaggia alle compagnie e troupe cinematografiche in cerca di luoghi solitari e incantati per girare film. Trovai quindi un motivo in più di riconoscenza per chi aveva permesso a grandi registi di scrivere, proprio in quel luogo, pagine indimenticabili del cinema italiano.

Nel frattempo, le convenzioni con l’ente parco regolavano l’accesso alla Cala dai sentieri, limitandolo stagionalmente, ai periodi di minore affollamento, in una logica lontana dallo sfruttamento balneare intensivo, ma nell’ottica di una fruizione “meritocratica” rivolta a chi fosse disposto a sudare per ore per poter godere di Cala di Forno...

Di fatto, la collaborazione tra Ente Parco e privati continuava a garantire una fruizione consapevole, senza speculazione e senza esclusività privata. Ne ebbi conferma più tardi quando, nel corso di una puntata di “Linea Blù”, vidi e ascoltai in Rai l’intervista congiunta di Antonella Vivarelli Colonna e della presidente del Parco, a passeggio sulla Cala, su posizioni del tutto compatibili...

Molto più tardi delle mie esperienze escursionistiche nel Parco, venni a sapere che il casale e la casetta rosa, incantata tra i pini marittimi ad alto fusto, erano disponibili per soggiorni turistici tra i mesi di maggio e di settembre.

Per sette anni, ho trascorso una settimana di vacanze a Cala di Forno con un gruppo di fedeli amici. Il costo medio a persona di tali soggiorni è sempre risultato largamente al di sotto del costo medio di una qualunque vacanza estiva, balneare, in Italia. Sorvolo sul legame “sentimentale” con Cala di Forno che, in questi sette anni, si è radicato in me, e mi limito a riferire come il modello dell’esperienza turistica non sia mai cambiato. A parte qualche intervento di miglioria interna, gli edifici antichi disponibili per i turisti sono stati integralmente conservati; assenza di energia elettrica e di acqua potabile; assenza di qualunque servizio commerciale sul posto; assenza di strutture balneari fisse in spiaggia (solo vele sostenute da tronchi); sostanziale inutilità sul posto del denaro, vista l’impossibilità di spenderlo. Chi avesse voluto allontanarsi temporaneamente dalla Cala doveva mettere in conto 8+8 chilometri di strada sterrata, per tornare sull’Aurelia e alla cosiddetta “civiltà”. Mai sentito, in sette anni, un lamento né da parte delle proprietarie, né da parte dei turisti sulla eventuale eccessiva severità del regime di protezione o vincolistico. Proprietà e turisti collaborativi nel preservare l’isola incantata...

E arriviamo ai nostri giorni, alla vicenda della vendita ai Bertelli-Prada, alle polemiche sulla stampa e alle petizioni...

È comprensibile che una parte dell’opinione pubblica spinga per assicurare allo Stato la gestione turistica delle Torri storiche che si affacciano sulla Cala (anche se, che io sappia, l’ente parco non ha mai previsto, fin qui, l’apertura di un sentiero attrezzato, aggiuntivo all’attuale sentieristica, per raggiungere la Torre di Cala di Forno) ma ciò che trovo totalmente inappropriata, nel lancio della petizione in corso, è l’espressione “Salviamo Cala di Forno dai privati” perché fin qui è stato vero il contrario e cioè che Cala di Forno è stata difesa da privati che l’hanno amata e tutelata, attraverso una gestione equilibrata e sostenibile.

«Non esiste un momento giusto per vendere un posto come questo» è l’affermazione quanto mai significativa di una delle sorelle Vivarelli. Il perché una grande famiglia arrivi alla scelta sofferta di vendere un luogo tanto amato e difeso attraverso la storia e i decenni è un aspetto che dovrebbe essere escluso dall’invadenza mediatica, visto che le ragioni di carattere familiare, alla base di tale scelta, possono essere molteplici.

Non conosciamo le intenzioni dei Prada, se non l’affermazione tutto sommato rassicurante di Bertelli: «Voglio trascorrere qui la mia vecchiaia» rilasciata alla stampa. Quello che sappiamo è che il regime di protezione del Parco Regionale della Maremma non cambia. Nuovi edifici non se ne possono costruire. Inoltre, la spiaggia è demaniale ed è raggiungibile dal mare.

Quindi, fra qualche tempo, mi imbarcherò da Talamone sulla barca di qualche amico immaginario e, sceso dal tender, rifarò la mia corsetta tradizionale sulla sabbia di Cala di Forno, imitando Roberto Benigni, quando urlando verso il mare, chiamava Cristoforo Colombo, per fermarlo e perché non scoprisse l’America.

*Manager
 

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