Il Tirreno

Grosseto

Fu una prova come il dopoguerra ma venne ugualmente superata

LUCIANA ROCCHI
Fu una prova come il dopoguerra ma venne ugualmente superata

Gli abitanti avevano subito trovato i riferimenti per orientarsi e cosa fare in una città resa irriconoscibile dalla catastrofe  

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il ricordo

LUCIANA ROCCHI

Si è raccontato e scritto moltissimo nei 55 anni dall’alluvione, sulla catastrofe e sulle cause, secondo i tempi della memoria, mai dimenticando che non è stata la prima e non è certo che non sarà l’ultima.

Ma subito, nei giorni delle alluvioni toscane, fu Firenze il simbolo, con il suo immenso patrimonio culturale. Fu necessario tempo per diffondere fuori da qui la consapevolezza della «disperazione di centinaia di coloni maremmani che in una sola notte perso casa, stalla e granaio», scrisse il giornalista Beppe Bottai su Il Telegrafo. Era stata “l’alluvione della povera gente”. Si parlò poco dei grossetani, al di là dello stereotipo della gente schietta e generosa, per qualche esempio di coraggio, molto dei giovani fiorentini, “gli angeli del fango”.

Chi l’ha vissuto rivede il già visto nelle foto dei giorni dell’ira del fiume. Si sa che l’Arno esondò lentamente, mentre l’Ombrone ruppe gli argini in quattro punti e non fu gentile con la campagna che incontrò per prima, meno che mai con la città: le vie diventarono fiumi rapidi e si crearono vortici agli incroci. Poi c’è la memoria dei giorni che seguirono, quella poderosa dei portuali arrivati da Livorno e dei minatori dalle zone interne, mentre il Comune funzionò come centrale operativa e il sindaco Renato Pollini fu guida sicura delle azioni durante e dopo con una visione, con saggezza e umanità.

Ma merita di essere richiamata anche la memoria “minimale” dei primi passi fuori di casa, dello spaesamento e del bisogno di condividere, dove si è ricostruito un tessuto connettivo, di cui potremmo disegnare i fili, da subito e nel tempo che seguì. Al di là dei protagonisti a vario titolo della ricostruzione, le donne e gli uomini comuni, i ragazzi hanno cercato e trovato “luoghi”, riferimenti per orientarsi su cosa e come fare in una città irriconoscibile.

Finché si era rimasti incollati alle finestre, era sembrato che il cielo non dovesse smettere più di essere nero e ancora minaccioso, seppure non si sa quale altra minaccia potesse spaventare più.

Poi era tornato il sole. Stranamente, per chi scrive è il ricordo più nitido: scendere le scale e percepire prima la luce del sole che il nero del fango. Le sorelle non più giovani del negozio di alimentari sotto casa spalavano la melma insieme al figlio della più anziana, passo d’avvio, prima di mettere mano agli scaffali. Poi, nel primo itinerario esplorativo, l’impressione forte della città dentro le mura, che non era solo visiva. Non era il silenzio della città sotto la neve, ma una forma di silenzio, per rumori diversi dai soliti. Era l’inizio della bonifica della città pianterreno e primi piani, soprattutto uomini, ma anche donne con stivali e guanti e gli arnesi necessari. È stato un breve momento in cui era naturale, per chi non avesse la casa, il negozio, il luogo di lavoro in cui rimboccarsi le maniche, cercare luoghi e persone per curare lo spaesamento, con il bisogno della materialità dell’agire.

La prima porta ad aprirsi era stata quella della casa comunale, ma se ne aprirono altre. Le stanze parrocchiali del Duomo cominciarono da subito ad animarsi, analogamente quelle di altre parrocchie, nei quartieri. Lì si raccoglieva quel che serviva a chi aveva avuto casa invasa dal fango e si distribuivano viveri, analogamente nelle altre parrocchie. Poco fuori dalle Mura, la sede del Partito comunista. Altri luoghi, altre sedi, come quelle sindacali, coordinarono operazioni a livello provinciale, ma è stata altra cosa. Nelle stanze del partito c’era l’andirivieni di militanti volontari e anche le stesse forme di aiuto che offrivano le parrocchie.

Questo racconta e spiega qualcosa di questa città e i caratteri di un tempo lontano dalla società attuale. Allora fu esercitata una cura, in luoghi di aggregazione diversi culturalmente, ma ugualmente capaci di aiutare la ripresa. Alle spalle, poco più di vent’anni prima, la guerra era stata catastrofe ben maggiore e la ricostruzione era stata possibile. Un qualche tipo di tessuto connettivo aveva tenuto insieme la società del dopoguerra, l’alluvione fu una prova diversa, ma ugualmente superata.

Non c’è da piangere su quel che si è perduto, ma da interrogarsi su come curare la città, reinventando forme di socialità da impiegare, non “in circostanze eccezionali”, come auspicava nel 1944 la partigiana Wanda Parracciani per le donne uscite dalla guerra.

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