Italia
Confcommercio cauta sui tamponi «Se le aziende vogliono pagarli...»
Il presidente Giulio Gennari aggiunge: «La legge dice che sono a carico dei lavoratori non vaccinati»
Nicole Terribile
GROSSETO. Confcommercio Grosseto mette un punto interrogativo sul pagamento dei tamponi da parte delle aziende per i dipendenti non vaccinati. Non prende una posizione netta – probabilmente anche per non agitare gli animi, di imprenditori e lavoratori – anche se un messaggio emerge tra le righe: i tamponi devono pagarli i dipendenti.
Ascom Confcommercio Grosseto – l’associazione che rappresenta le imprese del commercio, del turismo e dei servizi attivi nella provincia –, affronta la “situazione Green pass” nel capoluogo maremmano, proprio nel giorno in cui – ieri – è scattato l’obbligo di certificazione verde per recarsi al lavoro.
Nonostante i disordini che avvengono e sono avvenuti a livello nazionale legati alla questione, a Grosseto non sembrano esserci grosse problematiche, né troppe preoccupazioni riguardo alla percentuale – esigua – di persone che non sono disposte ad adattarsi alla normativa appena entrata in vigore.
«Più dell’80 per cento dei dipendenti delle aziende di Grosseto che abbiamo intervistato sono già in possesso del Green pass. Tra chi è vaccinato, chi effettua i tamponi o ha ottenuto un certificato medico di esenzione». A parlare è Gabriella Orlando, direttrice di Confcommercio Grosseto, che afferma «che non si rilevano particolari allarmi nel territorio».
Anche Giulio Gennari, da luglio presidente di Confcommercio Grosseto, conferma che «c’è un’altissima adesione alla logica del Green pass e della vaccinazione. Rispetto ad altre province siamo messi bene».
Chi non si è sottoposto alla vaccinazione, può ottenere la certificazione verde tramite tamponi. A far discutere è ora a chi spetti farsi carico delle spese. La linea di pensiero di Orlando e Gennari è la stessa: a pagare i tamponi dovrebbero essere i dipendenti, ma ogni azienda è libera di adottare la linea che più preferisce. Non a caso, alcune aziende associate a Confcommercio hanno deciso di sostenere i costi, come ad esempio Tuttauto Davitti.
«Il problema è che non è una spesa una tantum – spiega Orlando –, dato che parliamo di almeno due tamponi a settimana. Sono costi che diventano certamente importanti. Le aziende che decidono di finanziare i Green pass ai dipendenti lo fanno per motivi personali o di organizzazione aziendale. Alcune di queste hanno l’assoluta esigenza che non venga meno la forza lavoro».
Non solo le aziende non vogliono rinunciare ai propri lavoratori, ma spesso trovano anche difficoltà a trovare nuovo personale qualificato e specializzato.
«Per questo – afferma Gennari – alcune aziende decidono di assumere delle persone anche se non sono vaccinate».
Gennari porta anche un esempio pratico, descrivendo quale linea ha adottato nelle aziende da lui amministrate. «Alla “Mario Gennari” e alla “Bricolarge”, ci sono 45-46 dipendenti. La maggior parte è vaccinata; chi necessita dei tamponi li deve pagare di tasca propria. Le linee governative mi pare vadano in questo senso». Secondo il presidente di Confcommercio Grosseto «se il governo avesse voluto che i tamponi fossero fatti gratuitamente, avrebbe messo in atto le norme che lo avrebbero consentito».
Resta ancora da stabilire come ci si dovrà comportare dal punto di vista fiscale in caso un’azienda decida di sostenere i costi per i tamponi dei dipendenti. Orlando spiega che tra le ipotesi c’è quella di far rientrare queste spese tra i benefit, il che li potrebbe renderli tassabili. «Le parti sociali ci stanno ragionando in questi giorni. C’è da vedere se decideranno di farli rientrare tra le cosiddette retribuzioni accessorie».
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