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Non ha il Green pass e ha paura «Rischio di perdere il lavoro»

Ivana Agostini

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ORBETELLO. «Non mi sono vaccinato e adesso, se non riuscirò a sostenere i costi dei tamponi, perderò il lavoro». Antonio Cagnacci è impiegato in un’impresa edile. Abita a Talamone e ha 59 anni.

Ha scelto di non vaccinarsi e da domani, non avendo il Green pass perché non vaccinato, dovrà sottoporsi ai tamponi ogni 48 ore per poter continuare a lavorare. Lo dice la legge prossima a entrare in vigore. Ma Cagnacci non può sostenere il costo di tutti quei tamponi a settimana (sono validi per 48 o 72 ore, nda). Il datore di lavoro non li può pagare senza che qualcuno glieli rimborsi e quindi il talamonese, sposato e padre di una ragazza, non sa per quanto tempo potrà andare avanti. Il caso di Cagnacci è comune a quello di tante altre persone, non soltanto in provincia di Grosseto. Persone che da domani, se vorranno lavorare, dovranno presentare una certificazione. Non se ne esce, non c’è alternativa. È la legge.

«Ho scelto di non vaccinarmi contro il Covid perché – spiega – non ritengo il vaccino una panacea. Chi lo ha fatto può ammalarsi e può infettare gli altri. Non entro però nel merito delle scelte delle persone. Il problema mio e di quelli che hanno fatto questa scelta riguarda il lavoro e l’entrata in vigore del Green pass obbligatorio. Trovo che questa decisione – dice con forza – possa essere quantomeno discussa. Questo, naturalmente, è un mio giudizio. Sottoporsi a tampone ogni 48 ore al costo di 15 euro alla volta significa togliere una parte considerevole dello stipendio».

Secondo Cagnacci lo Stato avrebbe dovuto eliminare disparità di trattamento fra i cittadini. «Avrebbe dovuto garantire i tamponi gratis a chi ha deciso di non vaccinarsi – suggerisce l’artigiano – oppure organizzare un tavolo con le imprese e proporre agli imprenditori di pagare i tamponi ai propri dipendenti sgravandoli dalle tasse. Credo che questa proposta andasse fatta, mi sembra un compromesso ragionevole».

Cagnacci ha visto ciò che sta accadendo in Italia, con le proteste degli ultimi giorni. E dice di esserne preoccupato.

«Vorrei solo più attenzione per i lavoratori che portano a casa gli stipendi per mantenere le loro famiglie. Togliere dalla paga mensile i soldi per il tampone vuol dire far mancare il pane ai propri figli. Io – dice infine Cagnacci – ho fatto una scelta come chi si è vaccinato. Rispetto chi lo ha fatto ma devono rispettare anche me. In un sistema di incertezza ho deciso di non vaccinarmi».

Cagnacci non sa per quanto tempo ancora riuscirà a lavorare. Tutto dipende da quanto il costo dei tamponi inciderà sul suo stipendio e sul resto delle spese. «Se perderò il lavoro – chiede – chi manterrà la mia famiglia?».

Ivana Agostini

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