Il Tirreno

Grosseto

Da Enzo Collotti tanti stimoli culturali per le ricerche locali

Luciana Rocchi storica

Luciana Rocchi ricorda lo storico  scomparso nella sua casa di Firenze 

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il ricordo

Se n’è andato in silenzio Enzo Collotti, nella sua casa di Firenze, cogliendo di sorpresa allievi ed amici, complice anche la pandemia, che ha separato troppi troppo a lungo. Con lui scompare uno degli ultimi grandi della storiografia europea della sua generazione. Ma non è solo lo studioso dei fascismi europei, germanista, fra i massimi conoscitori della deportazione politica e razziale; è l’uomo che fino all’ultimo ha dedicato tempo ed energie all’educazione alla ricerca, alla formazione storico-civile delle nuove generazioni e alla cura verso gli insegnanti. Si è “sporcato le mani” con l’uso pubblico della storia, portandovi un rigore e un’onestà intellettuale indiscutibili. Molti 25 aprile sono stati scanditi dai suoi editoriali su “Il Manifesto” o da interventi pubblici, inconfondibili per la limpidezza con cui accompagnava alla lettura in filigrana dell’evoluzione del significato di una data. È sempre più attuale l’invito a trattare la Resistenza con una “storia a tutto campo”, a farsi carico delle ragioni di tutte e due le parti, ma mostrando “la differenza tra chi ha combattuto per la libertà e chi ha sostenuto fino alla fine la brutalità della dittatura”. È ancora attualissima la denuncia del rischio della “anestesia del linguaggio”, che è “anestesia della memoria”, in un paese “uscito dall’esperienza del fascismo, le cui tracce riaffiorano ancora, e non solo nel costume”.

Ne parliamo con gratitudine e malinconia a Grosseto, perché ha contato molto per la conoscenza storica e per i particolari stimoli culturali che ha offerto e sono stati raccolti qui.

Ha frequentato i convegni dell’Istituto storico grossetano della Resistenza e dell’età contemporanea fin dagli anni Novanta, periodo di avvio di una ricerca sulle persecuzioni antiebraiche a Grosseto, divenuta poi parte di una ricerca regionale. Grazie a lui è stato sottratto all’oblio il campo di concentramento per ebrei di Roccatederighi, argomento così peculiare da rivestire un rilievo internazionale (nel 2021 una pubblicazione scientifica negli USA).

A Enzo Collotti si deve l’incoraggiamento a prendere in mano lo studio del confine “orientale”. È stato un campo di eccellenza, scientifica, divulgativa, didattica, fonte di una speciale fortuna per le nostre scuole e di una rilevanza nazionale delle iniziative messe in cantiere, a Grosseto e in Toscana. Qui è stata raccolta la duplice lezione dello storico e dell’uomo, portatore di memorie personali e di una volontà forte di impegno civile. La storia delle foibe, così riduttivamente etichettata, suscita polemiche spesso pretestuose. Abbiamo imparato a farci i conti subito, grazie a un documento che ci dava, o a una memoria familiare, che mostrava le ragioni di parte italiana e slava non separabili come bianco e nero, nei tempi delle violenze sulle rive dell’ “Amarissimo Adriatico”. Alla domanda sulle ragioni dello strano impegno con cui a Grosseto l’Isgrec si gettò sulla storia dell’Alto Adriatico, la prima risposta sta in una sua lezione di metodo: è sui temi complicati che è urgente impegnarsi, dove si deve prendere posizione, ma lasciare la militanza, mescolando il rigore della ricerca con l’urgenza del parlare a tutti, e risvegliare il pensiero critico di cui tutti, non solo gli storici, sono capaci. E poi frugare, fino a trovare che certe storie arrivano ovunque, come i profughi a Grosseto. E come – altro tema su cui ci insegnò tutto – i volontari antifranchisti da Grosseto nella Spagna della guerra civile.

Ci sono poi i ricordi personali, la nostalgia per le lunghe lezioni intorno a un tavolo piccolissimo, pausa pranzo compresa, il gruppo ad ascoltare e discutere. O le chiacchierate nello studio, circondati dal mare dei libri, con il rito dei pasticcini che portavo e del suo caffè. È stato per decenni presenza vitale nella rete nazionale degli istituti storici della Resistenza; lungimirante in scelte talvolta non facili da comprendere (fu suo e di qualche altro “grande vecchio” reduce dalla deportazione, come Raimondo Ricci, l’impegno per la presidenza dell’istituto nazionale a Oscar Luigi Scalfaro), ma anche coscienza critica.

Lascia moltissimo: un’eredità di affetti e di conoscenza, illuminata da una coscienza morale, che è il valore più prezioso, quello su cui varrà la pena costruire una memoria non effimera per le generazioni cui, scriveva nel 2019, “rischiamo di consegnare un passato senza alcun punto di riferimento, senza orizzonti”.

Luciana Rocchi

storica



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