Il Tirreno

Grosseto

Giocare d’estate alla Pista dei pini «Emozione unica», parola di Pedro

Maurizio Ceccarelli
Giocare d’estate alla Pista dei pini «Emozione unica», parola di Pedro

Adriano Pietrini e le stagioni leggendarie dell’hockey follonichese: «Più di tutti, ancora oggi, mi manca Raul Micheli» 

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IL RACCONTO

Maurizio

Ceccarelli

Si giocava all’aperto nella bella stagione da febbraio a luglio, i palazzetti in giro per l’Italia erano pochi, stiamo parlando di un po’di anni fa, di quando l’hockey a Follonica andava in scena sulle mattonelle di un rettangolo che misurava 18 metri per 36, ovvero nella “mitica” Pista dei pini. È passato tanto tempo, ma questo non ha minimamente intaccato un periodo fantastico e la poesia di un romanzo che ha fatto e continua a far sognare tutti gli appassionati di questo sport. Adriano Pietrini per tutti “Pedro”, ha vestito la maglia azzurra del Follonica in quegli anni e avuto la fortuna di vivere quell’epoca. «Ho esordito in serie A nel 1973 – ricorda Pietrini – avevo fatto le giovanili nell’altra squadra della città, lo Skating Club, per poi passare alla Pro Follonica. Giocavamo alla Pista dei pini in un ambiente straordinario e credo unico in Italia, tutto in legno, dalle tribune agli spogliatoi. Giocare d’estate significava avere oltre ai nostri tifosi anche molti turisti che si trovavano a Follonica per le vacanze e questo permise alla pista di essere poi conosciuta in tutta Italia».

Gli anni ‘70 erano quelli del Grande Novara, considerato da tutti come la Juventus dell’Hockey (ben 32 gli scudetti conquistati dai piemontesi), ma anche quelli della Triestina di “Belfagor” Enzo Mari, del Breganze e del portoghese Antònio Livramento (Monza e Lodi), ritenuto il più grande giocatore di tutti i tempi. «Il Novara era sicuramente la squadra più forte – continua Pietrini– vi giocavano campioni formidabili come Battistella, Olthoff, Fontana, Fona. Autentici miti per me che poco più che ragazzino mi affacciavo nell’hockey che contava. Affrontarli fu un’esperienza indimenticabile che ancora oggi conservo fra le cose più care».

Nel 1977 arriva anche il primo trofeo: il suo Follonica conquista la Coppa Italia contro il Giovinazzo, ribaltando la sconfitta in Puglia per 3 a 2 con un clamoroso 10 a 4. «Fu una serata memorabile – ricorda – non si era mai vista tanta gente come in quell’occasione, c’erano persone ovunque. Non ci fu praticamente partita, in pochi minuti mettemmo la sfida sul binario giusto, troppa era la voglia di vincere quel trofeo, troppo il desiderio di regalare alla nostra gente una serata memorabile».

Ma la Pista dei pini ha raccontato anche di una tifoseria molto calda, della “tribuna del popolo”, di quello striscione che spiccava “lasciate ogni speranza o voi che entrate...” e di personaggi come Angelo Tognotti, meccanico ma anche figura di riferimento per chiunque volesse avvicinarsi al mondo del pattinaggio. «Il Tognotti, come lo chiamavamo noi, con l’immancabile toscano in bocca era anche il custode – sottolinea il “Pedro” – conosceva ogni centimetro di quella pista, ricordo il suo classico “peperone” che mi rivolgeva quando sbagliavo un gol, oppure “... ora con questi pattini voli” affermava fiero dopo averli sistemati a dovere. Ma quello che ancora oggi mi manca più di tutti è sicuramente Raul Micheli, lui è stato fondamentale per la mia crescita, non solo sportiva. Ero molto giovane ed è stata la mia guida. Un giocatore di livello assoluto, un grande amico, la sua scomparsa una ferita ancora aperta».

Anni in cui la pista dei pini ha visto imprese sportive epiche ma anche qualche “colpo di testa”, come l’invasione del 23 giugno 1979 durante Follonica-Pordenone, invasione che costò agli azzurri la squalifica della pista per un anno poi ridotta a sei mesi. «Successe di tutto-racconta Pietrini – il Pordenone era avanti 8 a 4, l’arbitro ci fischiò praticamente tutto contro e a pochi minuti dalla fine ci concesse un rigore inesistente che fu interpretato da tutti noi come una sorta di presa in giro. Mario Aguero, incaricato dell’esecuzione, anziché tirare in porta scagliò la pallina verso il direttore di gara colpendolo. A quel punto cedettero gli argini, entrarono tutti in pista, scene mai viste, l’arbitro inseguito alla fine riuscì in qualche modo a raggiungere gli spogliatoi».

Una settimana dopo con il Giovinazzo gli azzurri persero ancora, fu quella l’ultima apparizione alla pista dei pini; uscirono da quel cancellino sapendo che non vi sarebbero più rientrati, quella sera lasciarono per sempre le mattonelle dei pini. «Dal campionato successivo si cominciò a giocare al Capannino in un ambiente totalmente diverso, non c’erano più i tramonti della pineta di ponente, si giocava in autunno-inverno, insomma l’atmosfera era cambiata decisamente».

La stagione’81/’82 vide il Follonica vincere la seconda Coppa Italia ancora contro il Giovinazzo ma senza Pietrini passato nel frattempo al Forte dei Marmi. Fu quello l’ultimo successo importante prima dell’avvento degli “Immarcabili”. «Andammo vicinissimi a vincere anche uno scudetto in quegli anni, eravamo quasi tutti di Follonica e questo mi ha sempre reso orgoglioso. La squadra che ha vinto tutto era qualcosa di incredibile– conclude il “Pedro”– giocava un hockey fantastico ma sono contento che il Follonica di oggi stia facendo cose egregie e lo sono in modo particolare perché lo fa con ragazzi nati e cresciuti qui».

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