Il Tirreno

Grosseto

IL GIORNO CHE CAMBIò IL MONDO

Il nostro 11 settembre: i ricordi della Maremma che si paralizzò di fronte alla tv

Massimiliano Frascino
Il nostro 11 settembre: i ricordi della Maremma che si paralizzò di fronte alla tv

L’ex sindaco, lo storico, il sacerdote, il vigile del fuoco, la prof: le immagini di Manhattan tagliarono il fiato a tutta la città

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GROSSETO. Se lo ricordano tutti dov’erano e cosa stavano facendo, l’11 settembre. Non potrebbe essere altrimenti, perché la prima torre colpita a Manhattan alle 14,45, con quel che è seguito, rappresenta per le persone una cesura intergenerazionale: lo spartiacque psicologico tra un prima e un dopo elaborato a posteriori.

IL VIGILE DEL FUOCO

Roberto Catarsi, all’epoca comandante dei vigili del fuoco di Grosseto, era nel piazzale della caserma di via Carnicelli, quando fu chiamato dalla sala operativa dove si precipitò per capire cosa stesse succedendo oltre l’Atlantico. «Lo choc della prima torre che fumava fu ovviamente enorme – spiega – ma in quel momento ragionavo ancora da pompiere, e pensavo che la struttura portante della torre avrebbe tenuto. Poco dopo fui smentito dai fatti e quando i grattacieli collassarono rimasi senza parole, perdendo ogni punto di riferimento. Subito dopo subentrò il dolore per le persone e i colleghi rimasti sotto le macerie, e per lunghi mesi ho vissuto un profondo senso di smarrimento. Cambiò il nostro modo di ragionare».

L’EX SINDACO

Alessandro Antichi, da pochi mesi sindaco di Grosseto, quel martedì era stato a pranzo a casa del violoncellista profondo conoscitore di Johan Sebastian Bach, Hans Eberhand Dentler, insieme ad Alfredo Cattabiani, intellettuale e autore di libri. Al ritorno in macchina da Campagnatico verso la città, apprese dalla radio quel che stava succedendo a New York. «Passai dal mondo delle favole (l’elezione a sindaco, nda) agli inferi, con una rottura della normalità che nessuno si aspettava. «Sentii subito tutti i capogruppo dei partiti e convocammo un consiglio comunale straordinario per il giorno successivo. L’unico ragionamento politico che feci fu quello di stringere la città intorno al consiglio comunale come simbolo dell’unità della nostra comunità. Nella tragedia fu una bella comunione d’intenti».

IL SACERDOTE

Don Enzo Capitani, oggi guida della Caritas diocesana, era invece a Crotone per qualche giorno di riposo con alcuni volontari del Cesis e della cooperativa Solidarietà e Crescita. «Silenzio e incredulità, mi ricordo che ci guardavamo stupiti. Avevamo paura dello scoppio di una guerra mondiale – raccvonta – e volevamo tutti tornare a casa. Non ho mai pensato fosse l’episodio di una guerra di religione. Piuttosto non mi capacitavo di come una persona per quanto diversa da te, potesse concepire un piano che trasforma aerei civili in uno strumento di morte, plagiando altre persone per fare tanto male. Un modus operandi che poi ha fatto purtroppo scuola, come si è visto al Bataclan o Giacarta».

LA STUDIOSA

All’Isgrec, seduta alla sua scrivania di direttrice, si trovava invece Luciana Rocchi. Quando ricevette incredula una chiamata dal marito. «Chiusa la telefonata con Marco, chiamai Adolfo Turbanti (professore e storico, nda) per condividere lo sgomento e provare a capire. Lo sconvolgimento è durato a lungo, ma rimango convinta che non sia stato l’11 settembre il momento della cesura della storia dello scorso fine secolo. Quanto la globalizzazione – dice – che ci ha messo tutti in un’unica grande stanza. Stravolgendo gli equilibri geopolitici mondiali e marginalizzando le forze democratiche».

LO STORICO DELL’ARTE

Mauro Papa, oggi direttore del polo cultura Clarisse, era appena uscito di casa, in centro. «Stavo attraversando piazza della Palma, quando fui chiamato a gran voce dal titolare del negozio Il Geko, che conoscevo: “Mauro hanno bombardato gli Americani! ”, urlò. Chiudemmo bottega e rientrammo insieme in casa, per vedere la tv. Tutto il pomeriggio inchiodati lì, meravigliati, increduli, stupiti. Solo dopo un po’ ho cominciato a ragionare sul fatto che violenza porta sempre violenza, e che per la prima volta i conflitti cruenti in giro per il mondo erano approdati negli Usa. Che da quel momento eravamo tutti a rischio».

L'IMPRENDITRICE

Di ritorno a casa a Grosseto dalla fattoria Le Pupille, alle piagge del Maiano, dove in mattinata aveva seguito la vendemmia, Elisabetta Geppetti, nota imprenditrice vitivinicola, ha saputo la terribile notizia in macchina, per telefono dal marito, in quel momento coi figli a New York. Dove hanno una casa e molti amici. «Mi è sembrato di precipitare in un film, e mi è scorsa la vita davanti agli occhi. Compresa l’immagine di quando portai mia figlia secondogenita per un brunch domenicale proprio al ristorante panoramico “”Windows of the World”, in cima a una delle torri gemelle. Era Natale e la città era una festa. Ho avuto paura per il mondo – rivela –, è stato uno spartiacque tra il passato e anni di attentati incredibili».

IL GIORNALISTA

Il giornalista Flavio Fusi, invece, era proprio a New York: da un anno corrispondente per Rai Tre. Era in ufficio, nella sede Rai a 100 metri da Central Park, nella zona nord dell’isola di Manhattan. Era in redazione, downtown, a 100 metri da Central Park, a nord delle torri gemelle. «Al primo aereo pensavamo a incidente, poi a un suicidio omicidio. Poi fu tutto chiaro. Seguivamo la Cnn perché internet era all’inizio e gli smartphone non c’erano. Il ricordo più nitido è l’immagine impressionante di un vigile del fuoco che col videotape riprendeva il proprio dito al cielo che indicava l’aereo sopra di lui che stava per abbattersi sulla torre, e poi le persone che si buttavano dalle finestre. La prima considerazione che facemmo è che dopo l’iraq e l’attentato ad Aden alla fregata americana “Uss Cole”, nessuno si aspettava comunque una cosa simile. E che la democrazia – dice Fusi – non si esporta con le armi. Poi subentrò un profondo e duraturo sconforto».

LO SHOWMAN

Il Conte Max Venturacci era al lavoro come capo animatore al Country Sporting Club di Marina di Porto Cervo. In un posto chiassoso dedito al divertimento come quello, alle 14,45 calò un silenzio di piombo. Irreale. Con tutti attoniti davanti al televisore. «Al momento del crollo ero senza stato d’animo, azzerato. Io sono contro ogni forma di guerra e armi. Nel villaggio c’era il panico totale, e due famiglie tornarono subito a casa rinunciando alla vacanza residua».

IL FOTOGRAFO

«Mio padre 88enne – ricorda come fosse oggi il decano dei fotografi grossetani, Carlo “Charlie” Bonazza – era un vecchio liberale estraneo alla militanza politica ma appassionato all’informazione. «Ma se gli Usa continuano così che pretendono», sentenziò. E a rafforzare la sua opinione mi fece l’esempio della nave coi migranti tenuta al largo per molti mesi dall’Australia, senza assistere i naufraghi. Non lo scorderò mai». Storie, attimi, parole, ricordi. Frammenti incastonati nel tempo. Pillole di una giornata che ha cambiato la storia.
 

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di Redazione web