La protesta
Quel suo modo rude e gentile di offrire sogni
C’è una locandina del Tirreno che ho conservato fra i ricordi più belli. È quella del 30 maggio 1983. Il giorno prima i nerazzurri del Piombino avevano conquistato l’ultima promozione da grande squadra. Alla guida di quella compagine c’era Lamberto Pazzi: la foto sulla locandina mostrava il suo sorriso e il suo pugno al cielo mentre i tifosi lo portavano in trionfo. È l’immagine più bella di Lamberto nella sua avventura piombinese, costellata di tante gioie e di qualche amarezza nella stagione successiva. Pazzi aveva saputo dare allegria e orgoglio a un popolo sportivo che ancora riempiva il Magona, almeno 1.500-2.000 persone nelle giornate di pioggia, fino a punte di 6.000. Numeri oggi inimmaginabili. L’Interregionale era l’odierna Serie D, non c’era l’Eccellenza e il campionato di Promozione era il top di un dilettantismo da buoni rimborsi spese. Giocare in quelle categorie non arricchiva, ma Piombino, Grosseto, Orbetello, Follonica, Venturina - le piazze più care a Lamberto - potevano dare buoni compensi.
Quando Pazzi arrivò a Piombino, ero un giovane cronista e raccontare quell’impresa fu veramente divertente. Umanamente mi trovai benissimo con lui. All’inizio mi apparve spigoloso, poi fu capace anche di recitare benevolmente più parti in commedia giostrandosi fra dirigenti che cercavano di prendersi la prima fila e chi come me tentava di sapere tutto e anche di più del "dietro le quinte". In quel Piombino i soldi veri li metteva Aulo Giuliani, titolare di una catena di negozi di abbigliamento, il glorioso "Semaforo Rosso", che non amava mettersi in prima fila. Altri, invece, cercavano di prendersi meriti che non avevano.
Lamberto in quel contesto molto particolare si trovava benissimo anche se non fu tutto semplice. Credo di aver litigato con lui almeno una mezza dozzina di volte per quel che avevo scritto di certe partite perse o giocate male. Ma poi finiva lì. Solo una volta lui esagerò e ci mandammo reciprocamente a quel paese. Pochi giorni dopo si fece perdonare, facendomi avere di nascosto la notizia di due nuovi acquisti che la società voleva mantenere segreti per annunciarli in pompa magna. Mi chiamò in redazione (non esistevano cellulari) e mi disse «Ahó, fatti trovare alle 15 al distributore del Ciampi (quello all’ingresso di Piombino, ndr)». Lì per lì pensai che volesse proseguire la lite, invece era in compagnia di due ragazzi con le borse da calciatori. Mi disse: «Fagli le foto, poi ti dico chi sono. Noi non ci siamo visti». Il giorno dopo i dirigenti si incazzarono non poco, arrivai al Magona per raccogliere le notizie della vigilia della partita di campionato e mi trovai di fronte due di loro un po’ nervosi. Volevano sapere chi era stato a darmi la notizia. La risposta fu: «E figurati se lo vengo a dire proprio a voi». Arrivò Lamberto e fece finta di incazzarsi anche lui. Poi rimanemmo soli e scoppiammo a ridere. Mi strizzò l’occhio e mi disse: «Stasera si va a cena, paghi tu». Ma non ci fu verso, quel conto lo saldò lui. Fu il suo modo di chiedere scusa. In fondo, era rude e gentile.
Devo dire che anche a tavola era inarrivabile. Quando lo esonerarono dal Piombino, la domenica successiva andò in panchina sotto falso nome con il Trastevere, la squadra di Pietro Notturni che giocava in Terza Categoria. Sapeva che quelli - giocatori compresi - prima di andare in campo andavano a pranzo e non era mai riso in bianco. E, soprattutto, al ritorno si fermavano a cena. Lui si trovò bene, peccato che qualcuno fece la spia e fu costretto a smettere. Ma durò poco: trovò una squadra per la stagione successiva e ricominciò a offrire buone partite e gran calcio. Perché Lamberto era bravo anche a insegnare la tecnica ai singoli e non solo ad allenare le squadre. Soprattutto, era uno che regalava sogni in un mondo che aveva già cominciato a vendere fumo.
Ciao Lamberto, grazie di tutto.
(s.t)
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