Sicurezza
Ora conta soltanto lavorare «Anche con il Green pass»
Il “lasciapassare” per i tavoli dentro ai locali non entusiasma baristi e ristoratori «Ma non possiamo permetterci un’altra chiusura, quindi ci adattiamo e basta»
Tommaso Silvi
GROSSETO. Lavorare. «Perché la cassa non può restare ancora vuota». E «perché non possiamo neppure immaginare di chiudere di nuovo». E poi, «se dovessero costringerci a tirare giù nuovamente la saracinesca, per molti di noi sarebbe la fine. In tanti abbandonerebbero e si cercherebbero un altro lavoro».
Le voci sono quelle dei titolari di bar e ristoranti della città. Nel primo giorno del “Green pass”. Detta all’italiana, il “passaporto vaccinale”. Uno speciale “lasciapassare” necessario per chi vuole consumare nei locali, al chiuso, seduto al tavolo. Lo ottiene chi ha terminato il ciclo vaccinale, chi ha ricevuto almeno la prima dose, chi è guarito dal Covid, o chi ha effettuato un test molecolare o antigenico rapido con risultato negativo nel giro di 48 ore.
Per farla semplice. Se ti vuoi sedere all’interno di un ristorante, devi esibire il Green pass. Se lo fai da solo perfetto, altrimenti deve essere il ristoratore – o il barista – a richiederlo. Questa è la regola. E funziona così da ieri mattina in tutta Italia. Anche a Grosseto.
«Ma la gente si siede all’aperto ed elimina il problema. Per l’esterno non serve il Green pass. La sensazione, comunque – racconta Giulia Simi, del Comix Café, in piazza San Michele, è che molta gente non conosca la norma. In tanti non hanno chiaro come funziona davvero il sistema del passaporto verde. Ed è il barista che, in alcuni casi, fa il ripasso delle regole».
I titolari delle attività, quindi, diventano un po’ dei controllori. Un ruolo che tutti farebbero a meno di ricoprire. «Io non mi sento in grado di essere il controllore di nessuno – taglia corto Moreno Cardone, storico proprietaro del ristorante L’Uva e il Malto, in via Mazzini –, ma confido nel buonsenso della gente. Nella categoria dei ristoratori in molti sono contrari al Green pass, ma se ci avessero proposto questo metodo nei mesi scorsi, quando eravamo nelle piazze a protestare contro la chiusura, sono sicuro che avremmo accettato tutti senza troppe chiacchiere. Questo è il momento di lavorare, e se c’è una regola nuova, si rispetta».
Il messaggio è chiaro. Non c’è tempo la polemica. I mesi della chiusura totale pesano ancora come un macigno sui bilanci delle attività legate al mondo della ristorazione. Magari il Green pass non è una soluzione che fa impazzire chi sta in cucina, o dietro al bancone. Ma è l’unica soluzione per non tornare a piangere. Senza neppure un euro nel registratore di cassa.
«Non siamo noi che dobbiamo giudicare se l’idea del passaporto vaccinale sia buona o cattiva. Noi – spiega Beatrice Montefiori, del ristorante Canapone, in piazza Dante – dobbiamo pensare alla nostra attività, cercando di far capire ai clienti quanto sia importante che tutti rispettino le regole. I nostri dipendenti sono vaccinati. Eseguiamo la sanificazione del locale ogni due settimane e facciamo cambiare due volte i guanti ai ragazzi durante la preparazione dei piatti».
Anche Giovanni Angeletti, del ristorante Artidoro, in via de Barberi, alza le mani. Lui che nelle scorse settimane ha manifestato a Roma insieme ai colleghi da tutta Italia, per avere tutele e sostegno dal governo. Il tempo della lotta è finito. Ora conta solo rimboccarsi le maniche. «La rivoluzione non è stata fatta, voltiamo pagina. L’importante in questo momento è accogliere i clienti e farli sentire al sicuro. Per fare questo serve il Green pass. Lo controlleremo a ogni persona. Magari la trafila per sedersi ai tavoli all’interno sarà più lunga del solito – spiega – ma confido nella pazienza della gente».
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