Sicurezza
«Ci proibivano di visitare i pazienti a casa perché non avevamo protezioni dal virus»
La battaglia dei medici di famiglia, punto di riferimento per la gente e lasciati soli nel primo periodo della pandemia
L’INTERVISTA
gian ugo berti
«Noi medici non abbiamo paura di affrontare un nemico invisibile, ma ci impedivano di andare a visitare i pazienti per evitare che ci contagiassimo e il rifiuto provocava istintivamente paura nella gente, che si sentiva sola ed abbandonata». Tra incudine e martello, non era dunque facile all’inizio della pandemia fare il proprio lavoro. Lo spiega Mario Veronese, medico di base a Castiglione, Punta Ala e Tirli. «Bisogna convincere i no– Vax che i vaccini non sono dannosi, né sperimentali. Sono favorevole all’obbligatorietà del Green pass».
Il pericolo esiste, ma non lo vedi e questo ti spaventa, perché non sai come affrontarlo: è la paura dell’invisibile. Che crea il panico fra la gente.
Ma cos’è la paura per il medico, davanti ad un nemico invisibile?
«In verità non ho mai provato paura personale, forse perché noi medici in genere sappiamo come comportarci davanti al nemico invisibile. La paura l’ho avuta quando, all’inizio della pandemia, i pazienti mi chiedevano aiuto a ogni piccolo sintomo anche insignificante e non avevo nulla per potermi difendere da un eventuale contagio e quindi visitarli e tranquillizzarli. Ci veniva proibito di andare a casa dei pazienti proprio per la mancanza di presidi protettivi e loro non capivano questo atteggiamento. La nostra quotidiana disponibilità non c’era più e più volte hanno valutato un diniego come paura».
L’infezione sta preoccupando per la sua larga diffusione. Viene comunque sottovalutata perché è passato un pericoloso pensiero: “È molto più leggera e tanto non si muore”. Un po’come l’ “Asiatica” di sessant’anni fa, che provocò circa trentamila morti. Come far comprendere il rischio che qualcosa potrebbe cambiare in peggio?
«Bisogna convincere i no-Vax che il loro atteggiamento e le loro conoscenze in merito ai vaccini sono guidate da credenze inculcate da qualcuno che per qualche motivo, che mi risulta ancora oscuro, ha interesse a far credere che i vaccini siano pericolosi, che siano sperimentali, che possa esserci esclusivamente un interesse delle case farmaceutiche a produrli e a venderli. Attualmente i vaccini sono l’unico scudo che abbiamo per difenderci dall’attacco del virus. Dico scudo non a caso. Infatti chi è vaccinato è come se avesse uno scudo con il quale si difende dall’attacco del virus. Chi non si vaccina è come se offrisse il petto al nemico e non solo perché si ammala, ma anche perché permette la replicazione virale, che può dar luogo a possibili mutazioni del virus stesso, potendo creare virus più resistenti alle terapie e ai vaccini. Io a sei anni ho avuto l’Asiatica ed è ancora viva nei mio ricordo, non certo come un comune raffreddore».
Capitolo green pass. Motivata obbligatorietà di sicurezza o pericolosa scelta d’autonomia?
«Sono sicuramente favorevole all’obbligatorietà di sicurezza con il Green pass. Ma a mio parere andrebbe affiancato anche con l’obbligatorietà della vaccinazione. Si è fatto in passato con il vaiolo e lo si fa ancora con la poliomielite. Perché non farlo anche con il Covid? Sarebbe un modo per vincere la battaglia».
Come si sta comportando la gente, nel suo territorio, riguardo mascherina e distanziamenti? C’è il senso del rispetto di comunità?
«C’è rispetto e consapevolezza nella comunità. Ma devo precisare che questa consapevolezza non è comune a tutte le classi di età. Anche qui, come in altre parti del territorio, i giovani tendono a essere meno consapevoli e a non indossare sempre mascherina e non mantengono un distanziamento adeguato quando si ritrovano tra loro. In questi giorni, essendo Castiglione della Pescaia un luogo di vacanza, i casi positivi stanno aumentando e sono quasi tutti giovani poco più che ventenni».
Com’è la sua giornata tipo, essendo “massimalista” con 1500 pazienti?
«Le giornate sono sempre impegnative. Io effettuo tre ambulatori: a Castiglione, Punta Ala e Tirli. Faccio una media di 100 km al giorno, essendo il nostro un territorio molto vasto. Spesso per una visita domiciliare si fanno tra andata e ritorno 50 km. Quindi è facile capire che la mia giornata è scandita da orari precisi. Cerco comunque di dedicare il tempo che serve ad ogni paziente. Noi medici di medicina generale siamo il punto di riferimento in paese per ogni eventualità. L’ospedale dista 25 km da Castiglione e il primo intervento è quasi sempre il nostro».
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