Finanza
Olivicoltura, «la convivenza è possibile»
Superintensiva o no? Fronti contrapposti, Capecchi (Cia) avverte: «Commercializzazioni distinte e si può stare insieme»
Massimiliano Frascino
SCANSANO. Il revival dell’olivicoltura in Maremma sta aggregando due fazioni: i fautori delle colture intensive e superintensive e i fan dell’olivicoltura specializzata tradizionale. Un dibattito cui fanno da sfondo grandi investimenti, nell’uno e nell’altro ambito. «Fermare le pratiche agronomiche innovative che puntano sull’intensivizzazione colturale non è possibile», spiega Claudio Capecchi, presidente della Confederazione italiana agricoltori di Grosseto e titolare di un’azienda a Pomonte. «Ma dobbiamo tenere alcuni punti fermi, per evitare che lo sviluppo di questo tipo di olivicoltura finisca per danneggiare l’olivicoltura specializzata tradizionale. Che ha nell’olio evo Igp Toscano il proprio punto di forza».
Qual è il tema?
«Il tema è doppio: il reddito agricolo dei produttori e l’accessibilità al prodotto olio evo da parte dei consumatori. L’Italia produce meno della metà dell’extravergine che consuma, più c’è l’export. Nella scorsa annata come Paese abbiamo franto 250mila tonnellate di extravergine, a fronte di un consumo di oltre 500mila. Poi c’è l’export, quasi 600mila tonnellate. I numeri parlano da soli. Oltretutto l’Igp Toscano, che in Maremma produciamo per oltre la metà del totale, in virtù del prezzo alto che spunta viene in gran parte esportato e garantisce reddito ai nostri agricoltori che coltivano piccoli appezzamenti».
Dunque buona parte dell’olio imbottigliato in Italia è fatto con olive estere.
«È così. Per questo c’è spazio per nuovi impianti olivicoli. E non serve a molto demonizzare gli investimenti nell’olivicoltura intensiva e superintensiva. Se le pratiche colturali sono gestite in modo corretto e non si praticano emungimenti incontrollati che abbasserebbero le falde idriche, le coltivazioni sono sostenibili. L’agricoltura di precisione, da questo punto di vista, sta dando ottimi risultati».
Allora perché tanta apprensione?
«Il superintensivo va bene in pianura ed è molto produttivo. La coltivazione specializzata tradizionale è collinare e pedemontana. È molto meno produttiva ma ha un grande valore per l’assetto del territorio e il paesaggio, oltre che un valore sociale. Sono due mondi diversi, e il rischio è che uno soccomba all’altro».
C’è una soluzione?
«Sì. Possono convivere a patto che siano tenuti distinti i canali di commercializzazione, senza tentativi d’incursioni del superintensivo nell’Igp Toscano. Altrimenti i prezzi convergono verso il basso e roviniamo il mercato. L’Igp si basa su cultivar autoctone e ha caratteristiche organolettiche tipiche, espressione della nostra tradizione. Il superintensivo usa altre varietà, e può andare bene per l’olio evo Italiano non Igp».
Grandi contro piccoli?
«No: grandi accanto ai piccoli, su mercati di riferimento diversi. C’è mercato per tutti. I piccoli hanno l’arma efficace della cooperazione e dei frantoi sociali. Le grandi società finanziarizzate possono fare investimenti massicci. I piccoli produttori devono fare massa critica per accedere al credito, e distinguersi con prodotti tipici di altissima qualità». —
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