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Grosseto

Tattarini: «Amiata scelta innovativa Dobbiamo correre ma ci sarà visibilità»

Massimiliano Frascino
Tattarini: «Amiata scelta innovativa Dobbiamo correre ma ci sarà visibilità»

Parla il designer che ha avuto l’intuizione di proporre un territorio ricco di tradizioni e natura

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Massimiliano Frascino

monte amiata. L’intuizione di proporre il territorio dell’Amiata a capitale italiana della cultura l’ha avuta Mirko Tattarini, designer di successo e docente di “design strategico” dell’Isia di Firenze. Il più longevo istituto universitario dedicato al design in Italia.

«Da un po’ di tempo pensavo che la candidatura del territorio amiatino sarebbe stata una scelta innovativa. C’è stato un confronto di merito coi sindaci dell’Unione dei Comuni montani che hanno valutato fosse una bella occasione, e quindi siamo passati alla messa a punto del concept. È avvenuto tutto molto velocemente, con una candidatura lampo».

Ora vi ritrovate in competizione con Grosseto, insieme alle altre 22 realtà che hanno presentato la loro manifestazione d’interesse. Non potevate parlarvi prima?

«Onestamente non sapevo dell’iniziativa del Comune di Grosseto, e quindi non ho cercato d’informarmi. Non vivo a Santa Fiora, anche se ci torno appena posso. L’idea originaria era quella di presentare la candidatura e poi di coinvolgere l’Amiata senese in modo strutturale. Ad ogni modo non credo che i sindaci abbiano difficoltà a collaborare con Grosseto».

Ci spieghi come nasce quest’idea

«Il nucleo essenziale del progetto è quello della candidatura collettiva di un’area appartata, caratterizzata da una grande tradizione di borghi con una storia prestigiosa, dove da secoli c’è un sistema di fruizione culturale parcellizzato. Basato sul dialogo fra piccoli gruppi e su un rapporto particolare con la natura. Un’esperienza culturale molto diversa da quella che si fa in una città»

Perché proprio ora questa scelta?

«Perché la pandemia di Covid ci ha costretto in qualche modo a rivalutare le esperienze di comunità, in antitesi a manifestazioni ed eventi di massa, con alle spalale grandi produzioni. Quella dell’Amiata è un modello circolare di fruizione culturale ante litteram, che oggi è perfettamente fungibile nelle mutate condizioni. La riscoperta della vita nei borghi, nelle aree marginali, è coerente con quelli che vengono definiti “villaggi post globali”. Io, ad esempio, ho lavorato in una cinquantina di Paesi del mondo, e fino al 2018 ho vissuto in Turchia, ma torno appena posso sull’Amiata, a Santa Fiora, perché qui trovo quella forma di vita comunitaria fatta di rapporti e relazioni umane che mi consentono di cogliere l’essenza delle cose. E fra queste c’è la possibilità di vivere le esperienze culturali in modo non mediato».

A che punto siete con la definizione del progetto da sottoporre al Ministero?

«Dobbiamo correre, perché i termini scadono il 19 ottobre. La prossima giunta dell’Unione dei Comuni guidata dal sindaco di Seggiano, Daniele Rossi, si riunirà a giorni. Va scelto il nome che sintetizzi i contenuti del progetto. Ad ogni modo c’è la consapevolezza che in un concorso così competitivo si può vincere o si può perdere. Ma partecipare ha comunque un aspetto positivo, perché la progettualità messa in campo dà comunque visibilità al territorio, e attiva meccanismi virtuosi di scambio e dialogo. Con un percorso che può dare esiti concreti a prescindere dall’ottenere o meno la nomina a capitale italiana della cultura». — © RIPRODUZIONE RISERVATA

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