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Sparatoria di Natale in via della Pace: «Genao meritava 39 anni per tutti i reati», ma ne ha presi 20
Le motivazioni della condanna del dj dominicano che si è poi visto ridurre alla metà la pena inizialmente prevista
GROSSETO. Sommando gli anni per ciascuno dei reati contestati e di cui è stato riconosciuto colpevole, Edikson Bernard Genao, uno dei personaggi della sanguinosa sparatoria di Natale del 2019, ne meriterebbe 39: 22 per omicidio, tentato omicidio e porto illegale della pistola, 15 per spaccio di droga, 2 per il furto di banconote. Più di 30, però, il codice non ne prevede. E tenuto conto della riduzione di un terzo per la scelta del rito abbreviato, dell’attenuante speciale per la collaborazione e di quella generica, e valutando la reazione in conseguenza dello stato d’ira per il raggiro di cui era stato oggetto nella trattativa di acquisto della droga, il conto finale arriva a 20 anni e 80.200 euro, più il risarcimento di 100mila euro per Mor Talla Diop, rimasto ferito quella notte.
Così il giudice Sergio Compagnucci ha motivato la condanna pronunciata il 26 aprile, con il pm Giampaolo Melchionna e il difensore Romano Lombardi. Il magistrato ritiene attendibile praticamente in tutto il racconto di Genao (e le parti non attendibili sono state comunque ritenute ininfluenti), a partire dall’esplosione dei colpi fino alla ricostruzione dei traffici dalla Colombia e con le piazze italiane del sud Italia. Confessione corroborata in larga parte dalle parole di Diop, il quale aveva spiegato che lo scopo di quella sera era truffare Genao, come il gruppo dei senegalesi avevano già fatto in precedenza in altre circostanze. Il giudice ritiene verosimile che la pistola fosse del dj dominicano e che questi abbia di fatto messo in atto un’esecuzione, un atto volontario, freddando con tre colpi Omar Sar che aveva provato a fuggire mettendosi al volante della Mercedes. Non fu una legittima difesa, osserva il dottor Compagnucci, perché Genao impugnando la pistola si era messo all’inseguimento dopo la rapina avvenuta nel suo appartamento di via della Pace. Rovistando nell’auto, non trovando la droga pattuita (recuperarla sarebbe stata per lui «questione di vita o di morte, in quanto i suoi fornitori, in caso di mancato pagamento, si sarebbero rifatti su di lui») l’imputato aveva preso le banconote (per lo più fasulle, vere per 4mila euro). Corretto qualificare il gesto in furto e non in rapina, secondo il gup.
Il quale poi, sempre sulla base delle dichiarazioni di Genao, ricostruisce i rapporti con l’organizzazione criminale colombiana, gli acquisti “a chiodo” con Ciro Miraglia (quella sera presente nell’appartamento – a lui andava il 30 per cento) già dalla prima settimana di novembre, l’individuazione dei canali di spaccio in Campania e Basilicata, gli spostamenti da e per Grosseto di una serie di persone. E soprattutto la creazione del laboratorio nell’appartamento di via della Pace, dove grazie al lavoro di un colombiano la cocaina da quest’ultimo trasportata veniva trasformata da solida a liquida, come testimoniano anche le due pentole sequestrate. Non ci sono riscontri ma il giudice ritiene che Genao possa essere considerato colpevole anche dei rifornimenti di droga dalla Spagna da lui confessati: non ci sono motivi per cui avrebbe dovuto inventarsi qualcosa.
Sì alle attenuanti, con equivalenza con le aggravanti, sì al riconoscimento della recidiva e della pericolosità sociale: «Ci troviamo di fronte a un soggetto totalmente dedito all’esercizio di attività di spaccio in modo rilevante, attraverso canali di rifornimento internazionali di spiccato rilievo. Lo stesso ha dimostrato di saper operare su vasta scala anche a livello nazionale». E infine «l’epilogo sanguinario del 23 dicembre costituisce l’ulteriore riprova che l’imputato è dotato di una personalità criminale di significativo rilievo, pronto all’occasione anche a uccidere pur di non vedersi sottratto lo stupefacente». —
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