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Coronavirus, giovane grossetano bloccato a Malta: il padre si appella al sindaco

Giovanna Mezzana
Coronavirus, giovane grossetano bloccato a Malta: il padre si appella al sindaco

Partito a maggio per un tirocinio, Gaetano, 21 anni, è stato contagiato dal virus. Rocambolesco il suo ricovero in ospedale: nell’isola è solo e ha la febbre alta  

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GROSSETO. Suo figlio è a Malta, contagiato dal coronavirus e con la febbre alta: laggiù non c’è nessuno che possa aiutarlo – ha già vissuto una brutta esperienza durante un ricovero-lampo in ospedale – e, come se non bastasse, nel condominio in cui si trova la connessione a internet va a singhiozzo.

Lui è Filippo Saccone, il babbo di Gaetano, Gaetano Saccone, il giovane grossetano di 21 anni, bloccato nell’isoletta del Mediterraneo perché positivo al Covid. Nell’edizione di ieri Il Tirreno ha pubblicato l’appello di Gaetano, febbricitante, spossato, e con le speranze ormai ridotte al lumicino: «Fatemi tornare a casa – ha detto il ragazzo – voglio essere ricoverato all’ospedale della Misericordia, qui è un incubo». Oggi è suo padre che lancia un appello per lui, per portare a casa quel figlio che era andato all’estero per darsi un’opportunità per il futuro, per un soggiorno formativo nell’ambito del progetto Erasmusplus: «Mi rivolgo al sindaco di Grosseto, Antonfrancesco Vivarelli Colonna – dice al Tirreno Filippo Saccone – Gli chiedo se possa fare qualcosa per mio figlio, per riportarlo a casa sua, a Grosseto. Non sta bene, ha già avuto una brutta esperienza a Malta e io sento di avere le mani legate».

«Sono qui – dice il padre – e non posso fare nulla, per mio figlio non faccio altro se non essere preoccupato».

Diplomato in economia aziendale, Gaetano, di cui sopra pubblichiamo la foto corretta – nell’edizione di ieri è uscita la foto di un giovane che non è lui e ce ne scusiamo per l’errore con i diretti interessati – è partito con destinazione Malta il 25 maggio. Quando è arrivato a Msida, cittadina mignon sulla costa nord-est, l’isola era considerata Covid-free.

È il 14 luglio quando Gaetano comincia a sentirsi male: gli manca l’aria e ha la febbre a 40,2 gradi. Dal servizio di emergenza, riesce a farsi portare in ospedale, ma qui non riceve le cure che si sarebbe aspettato. «Mi hanno fatto stare seduto in una stanza al freddo», dice; «Entravano e uscivano senza dirmi una parola», aggiunge; e quando gli viene attaccata al braccio una sacca per flebo, senza sapere che cosa contenga, va a finire «che la sacca si riempie del mio sangue», «ho chiesto aiuto – continua – e nessuno mi ha dato retta».

Qui, al Mater Dei Hospital, viene sottoposto a un tampone per verificare l’eventualità del contagio da Covid-19 e deve insistere – racconta – per sapere il responso. Quando gli viene comunicato, su sua insistenza, l’esito del test, che è positivo, «mi hanno detto – dettaglia – che dovevo andarmene». Esce dall’ospedale «senza un foglio di dimissioni, senza un referto, nonostante l’avessi chiesto – dice – per spedirlo al mio medico di famiglia». L’unica indicazione del medico sarebbe stata quella di assumere tachipirina per abbassare la febbre. «Mi hanno accompagnato all’appartamento in cui vivo con altri due ragazzi solo perché ho insistito e con un pulmino tutto rotto». Da qui iniziano i suoi tentativi per contattare l’Ambasciata italiana a Malta e la Farnesina che sarebbero però andati a vuoto. Gaetano continua ad avere la febbre, che sale e scende in base all’assunzione di tachipirina. Non ha il medico di famiglia o il servizio Asl che lo chiami per sapere come sta, e come vanno la febbre e i sintomi da Covid. È solo, in compagnia di un coetaneo, positivo al virus anche lui, e di un altro ragazzo che spera di tornare a casa. E lui e il babbo sperano che il loro appello non cada nel vuoto. –

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