Il Tirreno

Grosseto

«Prodotti a buon mercato ma nel rispetto della dignità»

guido del gizzo* ; *Imprenditore
«Prodotti a buon mercato ma nel rispetto della dignità»

Il dibattito sulla trasformazione in provincia dell’olivicoltura tradizionale in coltura industriale 

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l’intervento

guido del gizzo*

La trasformazione in atto, in provincia di Grosseto, dell’olivicoltura tradizionale in coltura industriale non ha nulla a che fare con l’innovazione, esattamente come le colture idroponiche: erano entrambe descritte con cura nei testi universitari sui quali ho studiato, laureandomi in Scienze agrarie nel 1982.

Hanno entrambe a che fare, invece, con la concezione che abbiamo dell’attività agricola e con la funzione che le attribuiamo.

In un Paese stretto, lungo e in buona parte collinare/montuoso come il nostro, il principale problema agricolo è cosa fare delle cosiddette “terre marginali”, cioè quelle superfici agricole al di sotto degli standard di redditività fissati, già dal 1968, dalla Politica agricola comune, con il famoso “memorandum Mansholt” che, pur partendo dalle migliori intenzioni, ha gettato la basi per la marginalizzazione selvaggia dell’agricoltura mediterranea, adottando come riferimento, per gli interventi nel settore, la dimensione aziendale di 200 ettari.

Ma recentemente un altro fatto stravolge il nostro approccio alla produzione di derrate alimentari, qualunque esse siano, anche nel nostro Paese: il presupposto necessario alla loro “marginalità economica” è diventato il ricorso sistematico a forme moderne di schiavitù, tollerate da tutti in un’orgia di ipocrisia collettiva, ogni volta che entriamo in un supermercato.

Olio di oliva di buona qualità è prodotto in tutto il bacino del Mediterraneo, anche se quello italiano rappresenta sicuramente un’eccellenza. Ma il problema che si intende affrontare con l’innovazione di cui stiamo parlando è solo quello del predominio in un settore di largo consumo.

Il nostro Paese produce una frazione minoritaria dell’olio che commercializza: produciamo meno di 400mila tonnellate all’anno, ne consumiamo 500mila e ne esportiamo 600mila.

L’obiettivo degli “innovatori” è spostare la redditività del comparto dalle aree collinari e pedemontane a quelle in pianura, concentrando i profitti e passando da un’attività diffusa sul territorio, ad alta intensità di mano d’opera, ad un’attività concentrata in poche grandi superfici, ad alta intensità di capitale. Nel mirino ci sono i piccoli produttori e non solo italiani.

Quanto alla tutela del prodotto tradizionale, così spesso citata come scudo esistente, visti i risultati dei vari consorzi di tutela, c’è davvero poco da star tranquilli.

Il tema vero, però, è un altro: l’olivo, come molte altre colture, può essere coltivato in Asia, in Sudamerica, in Africa, ovunque esistano le condizioni agronomiche necessarie.

Se vogliamo difendere delle eccellenze, queste devono riguardare le qualità organolettiche, quanto la tutela della dignità umana e dell’ambiente. Un risultato ottenibile accettando di pagare chi lavora almeno 9 euro all’ora e ponendo in essere un vero sistema di tracciamento e tutela delle produzioni.

Con la globalizzazione, abbiamo iniziato a consumare una gran quantità di prodotti a buon mercato, la cui concorrenza è insuperabile e la cui produzione è possibile solo negando i principi sui quali abbiamo costruito la nostra Nazione dal 1945 ad oggi: non importiamo solo capi di abbigliamento a prezzi bassi, importiamo anche la negazione dei diritti umani.

Se vogliamo assicurare la nostra sopravvivenza economica, dovremmo preoccuparci di esportare, oltre alle nostre eccellenze agroalimentari, olio extravergine di oliva in testa, anche il modello di democrazia che serve a produrle.

Per assurdo che possa sembrare ai grandi capitani d’industria, la pratica della democrazia, oggi, potrebbe rappresentare il più solido argomento di vendita da opporre alla concorrenza selvaggia. —

*Imprenditore

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