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Positivo al Covid, studente grossetano bloccato a Malta: «Qui è un incubo, voglio tornare a casa»

Giovanna Mezzana
Positivo al Covid, studente grossetano bloccato a Malta: «Qui è un incubo, voglio tornare a casa»

Il ventenne racconta i primi giorni spensierati sull'isola. Poi il risveglio con la febbre a 40, il ricovero in ospedale, la paura e i tentativi per rientrare in Italia

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GROSSETO. Anche l’Erasmusplus, uno dei programmi di studio più affascinanti e formativi per i giovani, può trasformarsi – di questi tempi – prima in un incubo e poi in una prigione. Positivo al Covid-19, Gaetano Saccone, studente ventunenne grossetano, è bloccato a Malta. «Fatemi tornare a casa», dice al telefono. Sul suo stato d’animo e di salute non pesa soltanto la lontananza da casa: il modo rocambolesco con cui ha scoperto di essere stato contagiato e il totale abbandono a se stesso sono i fardelli più pesanti da portare.

L’arrivo: tutti liberi

Gaetano ha un diploma in economia aziendale. Il 25 maggio parte dall’Italia destinazione Malta per fare un tirocinio nell’ambito del programma Erasmusplus. Sembra una bella occasione per il suo futuro. Arriva a Msida, piccola perla del Mediterraneo, cittadina mignon sul litorale nord orientale dell’isola. Si sistema in un appartamento con altri sei studenti. «Quando sono arrivato – racconta – Malta era considerata un’isola Covid-free. Tutti andavano in spiaggia, ammassati, senza la mascherina proteggi bocca e naso. E anch’io, quando ero libero, andavo al mare, mi vedevo con qualche ragazza, andavo al pub: mi divertivo». Come tutti i giovani. E passano le settimane.

«Oddio, sto male»

Sono le 8 del 14 luglio e Gaetano si sveglia. «Non avevo dormito tutta la notte – dice – Stavo male e mi sono provato la febbre: avevo 40,2 gradi di temperatura. Mi mancava l’aria». Che fare? «Provo a chiamare un’ambulanza e scopro che a Malta c’è un solo numero per qualunque emergenza», dall’incendio, al furto, all’infarto del miocardio in corso. «Io stavo malissimo – ricorda – I ragazzi che erano in appartamento con me mi avrebbero dato una mano ma dal centralino, da cui parlavano inglese, non capivano una parola». Alla fine riesce a “opzionare” un’ambulanza. «Mi dicono, “arriva” e ho aspettato un’ora». Viene portato in ospedale, al Mater Dei Hospital, dice.

«Ma dove sono finito? »

«Mi hanno fatto sedere su una sedia e sono stato lì ad aspettare che mi registrassero». Tessera sanitaria, nome, cognome, data di nascita. E di nuovo seduto. Poi lo portano in una stanzetta: «C’era un medico donna e un’infermiera – racconta – Tirano fuori il saturimetro e cominciano a farmi domande. Io non capivo, un po’ perché stavo male e un po’ per la lingua straniera, e loro si spazientivano. Alla fine mi hanno riportato in una stanzetta dove c’era solo una sedia». Gaetano non ce la fa più a stare seduto: ha anche i brividi di freddo. «È passata un’infermiera e ho chiesto una coperta: non me l’ha portata dicendomi che, se avevo freddo, era per la febbre. Ne è passata un’altra, le avrò fatto pena, e mi ha portato un lettino e una coperta». Gli fanno le analisi del sangue, poi un elettrocardiogramma: «Entravano e uscivano da quella porta senza dirmi una parola», dice sconfortato. Poi arriva il tampone per testare l’eventuale contagio da Covid. «Poi mi hanno attaccato una sacca per flebo senza dirmi di che cosa si trattasse e, quando il liquido era quasi finito, la sacca ha cominciato a riempirsi del mio sangue. Mi sono spaventato – racconta Gaetano – mi sono alzato per chiedere aiuto e nessuno mi ha dato retta. Alla fine ho chiamato mio padre al telefono per farmi dire che fare».

«Puoi andare»

Da Gaetano torna il medico: «Mi dice che posso andare a casa. E io le chiedo: “Mi scusi, ma sono positivo o no al Covid? ”. E lei mi risponde che il responso ancora non c’è». Alla fine convengono che può attendere lì l’esito del test. Il giovane è senza forze, spossato, si addormenta. «Mi sono svegliato di soprassalto perché ho sentito sbattere la porta: e a quel punto è comparso un uomo che mi ha detto che era l’ora che andassi a casa. E io gli chiedo: “Ma sono positivo o no al Covid? ” . Risponde: “Sì, sei positivo, devi stare 14 giorni in quarantena, ma ora devi andartene». Gaetano punta i piedi: vuole essere accompagnato da un’ambulanza, non ce la fa da solo. «Alla fine mi hanno portato a casa con un pulmino tutto rotto, senza darmi in mano un foglio di uscita dall’ospedale, niente di niente, nonostante lo avessi chiesto: mi hanno detto che li inviano via sms. E di prendere la tachipirina».


E adesso?

«Ora sono qui, in casa, con altri due ragazzi, di cui uno è positivo. Oggi (il 17 luglio, ndr) sto leggermente meglio, ho 38,2 gradi di temperatura». Da quando è uscito dall’ospedale Gaetano ha fatto di tutto per tornare a casa: «Ho chiamato l’Ambasciata italiana a Malta: i telefono squillano e nessuno risponde, oppure la linea è occupata. Ho tentato di chiamare la Farnesina, e non ci sono riuscito». Anche dall’Italia si sta facendo la stessa cosa, dice il giovane. «Io qui non ci voglio più stare – dice quasi disperato ma vigile – È un incubo. Voglio tornare a Grosseto. Voglio essere ricoverato all’ospedale Misericordia». Il giovane è riuscito a prenotare un tampone molecolare mediante un servizio che assomiglia a quello dell’Usca: la speranza è che possa risultare al più presto negativo, a meno che il suo appello non cada nel silenzio e qualcuno faccia qualcosa per lui prima. –

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