Sicurezza
Amanti, gioielli spariti e un piano segreto
La pubblico ministero ricostruisce il possibile movente e il modo in cui l’imputata ha avvelenato la vittima
Livorno. Un piano segreto di Adriana Gomes (prendere i soldi e scappare con un amante e i tre figli?) che Simonetta Gaggioli aveva scoperto e che la vittima avrebbe potuto rivelare al figlio. Sarebbe questo – secondo la procura – il movente che la notte del 26 luglio 2019 avrebbe spinto l’imputata a sciogliere nella tisana della suocera diciassette compresse di Duotens «farmaco per la pressione, inodore e incolore», che l’avrebbero uccisa poco dopo.
È la tesi che la pubblico ministero Ezia Mancusi, titolare dell’inchiesta, sostiene davanti alla corte d’Assise. Lo fa citando diversi indizi che sono emersi nelle indagini e poi nel dibattimento. Ma per prima cosa cerca di spazzare via la tesi della difesa: quella che la settantaseienne abbia assunto volontariamente i farmaci. «La Gaggioli la sera del 26 – ripete – si era messa d’accordo con un’amica per andare al mare il giorno successivo e il lunedì con il nipote doveva presentarsi dal commercialista per rottamare le cartelle esattoriali. Inoltre – aggiunge – se le avesse assunte da sola le scatole sarebbero state ritrovate, invece in casa nulla è stato rinvenuto». Infine c’è l’aspetto che riguarda il cadavere: «La Gaggioli era sempre elegante, si bardava di gioielli (molti dei quali mai più ritrovati ndr) come hanno raccontato i parenti. Quando è stata trovata aveva lo smalto rosso a mani e piedi. Era in camicia da notte, con solo le mutande, senza reggiseno e senza dentiera. Possibile che si volesse suicidare così?».
Sugli indizi a carico dell’imputata ci sono tre aspetti che messi insieme – secondo la procura – corroborano la tesi dell’accusa. Il primo è il furto di gioielli che la vittima aveva segnalato ai carabinieri il 9 luglio e ritrovati poi in casa il giorno seguente. C’è poi il tentativo della Pereira, dieci giorni più tardi, il 19, di ritirare dei soldi in banca sul conto del compagno per il quale però non aveva la firma, tanto da far chiamre uno degli amanti per rassicurare il cassiere. Inoltre, tre giorni prima della data del delitto l’imputata è scomparsa tanto che «Filippo sarebbe a andato a cercarla».
Ecco perché conclude la pubblico ministero al termine della requisitoria: «Adriana stava architettando qualcosa. E la discussione del 26 luglio verteva proprio su questo. La prova? Una conversazione registrata dai carabinieri 10 agosto. In cui l’imputata dice: “Lei voleva inguaiarmi, non c’è riuscita”». —
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