Proteste
Sforzi: «Il rischio c’è» Ma Costantini smorza «Non vedo il problema»
grosseto. Perché il bambù gigante in Maremma? Per costruirci una filiera produttiva con un prodotto certificato made in Italy che può avere 1600 tipologie di utilizzo: dal settore alimentare all’edilizia, dal mobilio/parquet alle bioplastiche. «Forever Bambù – spiega Lajo – già trasforma e commercializza i germogli di bambù con il marchio “BambIta” (bambù italiano). Prodotti che hanno mercato nella ristorazione e nelle comunità asiatiche, e sempre più presso fra i consumatori italiani».
Tornando al tema della biodiversità, tuttavia, i dubbi espressi da Chiarucci per conto della Società botanica italiana, sono almeno in parte condivisi. «C’è a mio parere un problema generale di tutela di sostenibilità ambientale – spiega Andrea Sforzi, direttore del museo di storia naturale della Maremma – più che un rischio concreto per la Diaccia Botrona. Il bambù è una monocoltura e una specie alloctona (non tipica) che ha fra le sue caratteristiche quella dell’invasività, e in Maremma sarebbe lecito aspettarsi investimenti di altra natura». Parere ancora diverso è quello di Roberto Costantini – membro dell’Accademia dei Georgofili: «Anche arancio e melo sono colture alloctone provenienti da un altro continente – spiega – Così come quello del Chianti è un paesaggio artificiale basato prevalentemente sulle monocolture di vite e olivo. Non vedo un problema nella scelta libera di coltivazione di un’azienda, se questa rispetta le leggi e le buone pratiche agronomiche. Ho difficoltà a comprendere il senso di un investimento di questo tipo in Italia, quando il bambù è reperibile sul mercato mondiale a prezzi molto più competitivi. Per cui mi chiedo se non possa trattarsi di un’operazione finanziaria tesa prevalentemente a commercializzare i certificati verdi per l’assorbimento della CO2».
Il bambù gigante è la pianta che in assoluto cattura più anidride carbonica di tutte. Il bambuseto della Forever Bambù, a regime, assorbirà infatti 27.500 tonnellate di CO2 all’anno. «Il bambù – chiosa Lajo – non è come l’acacia che fiorisce, emette pollini e molto fogliame ogni anno. Ha un ciclo di riproduzione per seme ogni cento anni. E noi taglieremo un quarto di bambuseto all’anno per ricavarne biomassa e germogli». — M.F.
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