Il Tirreno

Grosseto

Capitolo 14. Aspettando il 2022 

C’era e c’è ancora bisogno di Bianciardi e delle sue lezioni

Stefano Adami

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flash d’autore

Aspettando il 2022 con i flash d’autore di Fondazione Luciano Bianciardi. Nel 2022 si celebra il centenario della nascita del grande scrittore grossetano e Stefano Adami (del comitato scientifico della Fondazione) accompagna i lettori de Il Tirreno all’anniversario. Ecco il 14° flash.

Bianciardi non lo abbiamo capito, non abbiamo capito le sue paure: perché ci limitiamo a guardare le sue opere senza capire, cosa ha provato quando ha avuto quei processi? Siamo in debito per non aver capito i suoi conflitti, le sue lotte conto che non è riuscito a realizzare il progetto per cui aveva lasciato Grosseto. Bianciardi, si sa, era partito per vendicare lo scoppio di Ribolla, ma non c’era riuscito, per questo era deluso da se stesso. Non era riuscito a mettere la bomba sotto il torracchione, anche se una bomba l’aveva messa, una bomba di parole, contro il consumismo, il neocapitalismo, il boom economico. La vita agra e tutti gli articoli che ha scritto e pubblicato rappresentano questa bomba. La sua vita è stata un incredibile spreco di talento. Bisogna ringraziare Bianciardi per tutti i libri che ha tradotto che aiutano i lettori a capire meglio un epoca.

Quindi è per non aver realizzato il suo progetto che lui è cosi deluso da se stesso. Tutto quello che gli è successo, la fama, i romanzi, i film, è tutto secondario rispetto alla cosa principale che doveva fare. Entrare nei suoi pensieri senza essere sicuri di quel che si dice è una violenza, per questo devo chiedere scusa. Siamo arrivati alla fine, sento la responsabilità di quello che ho detto sulla figura di Bianciardi, anche se a mia discolpa posso dire che l’ho studiato per molto tempo e l’ho amato. Era un uomo eccezionale, per aver fatto leggere i contadini, che desideravano leggere. A causa della sua ostinata determinazione a non integrarsi nel sistema e tanta fatica nel remare contro, c’era bisogno di Bianciardi perché tanti di noi portano nel cuore il tremendo peso di una cassetta di dinamite e lui sa com’è tremendo il peso di una vendetta che non sarà mai attuata. Quante amarezze...

C’era e c’è bisogno di Bianciardi perché tanti di noi porteranno nel cuore la sua lezione di intellettuale, negli anni ’50, la mia vita agra e senza tenerezza, Bianciardi, a volte oscuro, disconnesso e sfuggente appare sotto un’altra luce, che incredibile spreco di talento. L’intellettuale va a Milano per combattere ma a fatica si difende, a fatica non si lascia mangiare dalle formiche, sarebbe più facile lasciarsi andare. Bianciardi muore in una giornata grigia, triste, non c è nessuno al suo funerale, il 14 novembre 1971, solo Maria Jatosti. Aveva lasciato scritto come doveva essere il suo funerale: “laico ma con una certa solennità, e soprattutto tradizionale, non ci voglio preti, ma ex preti, ma gli ex preti ce li voglio, ci voglio quelli che hanno buttato la tonaca alle ortiche e si sono fatti comunisti, pur restando preti nell’anima… ne voglio 4 di questi preti, spretati e togliattizzati, e poi voglio due cavalli neri col pennacchio rosso sul capo, due critici letterari a cassetta, ai quattro cordoni del carro ci voglio nell’ordine uno storico, un critico d’arte, un funzionario di casa editrice e un redattore di terza pagina. Dev’essere un bel funerale. Dietro venga chi voglia tranne le segretariette secche. Loro no. Poi si scordino pure di me, ma il funerale lo voglio bello, solenne e come ho detto sopra, laico, perché troppi amici ho visto morire malamente e peggio ancora essere accompagnati al camposanto”. Che strano, niente era stato esaudito del suo testamento, che tristezza. Solo in questo è stato esaudito Bianciardi, nell’essere dimenticato, non si è più parlato di lui per lunghi venti anni. — Stefano Adami

© RIPRODUZIONE RISERVATA



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