La manifestazione
«Si qualifica come pubblico ufficiale e si dice “fascista”»
la lettera
Avendo letto l’articolo del 7 giugno sul controllo a un ambulante, vorrei raccontare ciò che è capitato a me il 17 maggio verso le 10,30 davanti al supermercato Coop di via Inghilterra.
Sono la presidente del Circolo Arci Macramè di Scansano e, tra le altre cose, ci occupiamo di facilitare l’accesso ai servizi e agli adempimenti amministrativi, per i migranti del territorio.
Stavo accompagnando un ragazzo nigeriano a una visita in ospedale e, parcheggiando davanti alla Coop, ho notato un uomo, in borghese, in compagnia di tre giovani, tra i quali una ragazza, che scacciava due uomini africani: un venditore “storico” e un mendicante. Ad alta voce, rivolto sia ai due africani, sia ai clienti Coop, diceva che questa gente è qui da anni e non ha voglia di lavorare.
Sono rimasta negativamente colpita dal tono aggressivo dell’uomo e per la consapevolezza di quanto sia difficile trovare un lavoro, soprattutto se sei straniero e pure nero. Sono intervenuta per capire chi fosse questa persona e perché diffondesse parole ostili verso gli immigrati, in un contesto già avvelenato da discorsi di odio.
Ho cercato di essere pacata e formale nel rivolgermi a lui, chiedendogli se avesse autorità per cacciare quelle persone.
Alzando molto la voce ha risposto, parole testuali: «Sono un giornalista del Secolo d’Italia, sono un fascista, sono un fascista!».
Sono rimasta esterrefatta, ma evitando polemiche, gli ho detto che, se era un giornalista, non aveva l’autorità di cacciare nessuno. Mi ha apostrofato dicendomi di non impicciarmi e mi ha chiesto che cosa mi importasse degli altri. Gli ho risposto che per me era normale che ciascuno di noi si occupasse degli altri. Ha continuato a dirmi che mi dovevo fare i fatti miei, che ero una che voleva salvare il mondo e che dovevo andare in Palestina a dividere israeliani e palestinesi. Io gli ho ripetuto che, se non ne aveva l’autorità, non poteva cacciare nessuno. Allora mi ha detto di essere un pubblico ufficiale e di mostrargli i miei documenti; gli ho chiesto prima di farmi vedere i suoi, dopodiché non avrei avuto alcuna difficoltà a mostrargli i documenti.
A questo punto ha richiamato i giovani che erano con lui e si è allontanato. Prima che si allontanassero ho chiesto alla ragazza se fossero davvero pubblici ufficiali e lei mi ha risposto di sì. Altre due persone presenti lo hanno confermato.
Sono poi andata alla visita medica con il giovane che accompagnavo e, al ritorno, una persona mi ha detto che, prima di andarsene, il giornalista o pubblico ufficiale che fosse aveva preso il numero della targa della mia auto.
L’esperienza mi ha amareggiato. Alimentare pregiudizi e ostilità verso gli immigrati, dichiararsi (vero o falso che sia) fascista durante lo svolgimento delle funzioni pubbliche, non identificarsi, prendere il numero di targa (per ritorsioni future?).
Un brutto andazzo, credo frutto di un accanimento istituzionale che parte dall’alto, verso gli stranieri, i poveri, gli emarginati che turbano il “decoro” della città. Personalmente ritengo indecorosa la povertà e l’emarginazione e non le loro manifestazioni visibili, e preferisco la solidarietà all’indifferenza. —
Paola Baldelli
Presidente Arci Macramé
di Scansano
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