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Grosseto

l’inchiesta 

Partito fascista l’indagato si difende «Uscito dalla chat più di un anno fa»

Francesca Gori
Partito fascista l’indagato si difende «Uscito dalla chat più di un anno fa»

A casa del dipendente comunale sequestrati telefono e pc L’avvocato Di Meglio: «Nessun riferimento alla violenza»

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Francesca Gori

GROSSETO. Non avrebbe fatto alcun cenno all’uso della violenza ma avrebbe scritto soltanto alcuni motti, tipo: «Viva il Duce». Il quarantacinquenne grossetano, dipendente comunale, giovedì mattina si è trovato davanti alla porta di casa gli uomini della Digos, con un decreto di perquisizione firmato dal sostituto procuratore della Direzione distrettuale antimafia di Firenze Leopoldo De Gregorio. Prima hanno perquisito la casa dove l’uomo vive con la moglie e i figli, poi sono andati a casa dei genitori dell’uomo. Lui è rimasto senza fiato: da quella chat di whatsapp, che si chiamava “Boia chi molla” e che, secondo la procura fiorentina, sarebbe servita ad arruolare persone della destra estrema per rifondare il partito fascista, sarebbe uscito un anno e mezzo fa. «Non conosceva nemmeno gli altri indagati – spiega l’avvocato dell’uomo, Giovanni Di Meglio – e la sua partecipazione è stata soltanto come simpatizzante di destra. Non è un violento e mi ha assicurato di non aver mai fatto cenno all’uso della violenza contro chicchessia nei pochi interventi fatti».

Il dipendente comunale avrebbe conosciuto uno dei quattro amministratori del gruppo di Whatsapp durante un pranzo organizzato per l’anniversario della morte del Duce. Faceva parte della destra estrema, quella alla quale guardava chi aveva aperto quella chat con sessanta iscritti. Gli chiesero il numero di telefono e lui glielo dette. «Poi, qualche giorno dopo – dice ancora l’avvocato – fu aggiunto a quella chat di gruppo dal quale poi è uscito». Una chat che nella sua didascalia veniva descritta come un «Gruppo antisemita, omofobo, anticomunisti, antirenzi, antiboldrini antifiano antianpi e tutti quei partiti che rovinano l’Italia. Camerati, a noi! Viva il duce Benito Mussolini». Per la Dda, i quattro amministratori che avevano inserito una sessantina di persone avevano come progetto quello di «riunire tutte le destre tra Forza Nuova, CasaPound e altri movimenti che sono di estrema destra»: per la Procura, questo progetto sarebbe servito a fondare un partito che sovvertisse le istituzioni dello Stato democratico, così come aveva cercato di fare, due anni prima Andrea Chesi, arrestato con il figlio con l’accusa di aver progettato un attentato alla moschea di Colle Val d’Elsa.

La Digos a casa del dipendente comunale ha sequestrato il suo telefono cellulare e il pc, oltre a un elmetto tedesco della Seconda guerra mondiale che l’uomo aveva acquistato a un mercatino a Grosseto e ad alcuni reperti bellici ovviamente disattivati che però risalivano alla Prima guerra mondiale. Reperti, questi, che erano in una vetrinetta nell’abitazione dell’uomo e che erano stati regalati dall’insegnante di storia a uno dei figli dell’uomo, appassionato di quel tipo di oggetti. «C’è un messaggio che il professore ha inviato alla mamma del ragazzo – dice l’avvocato – con il quale veniva chiesto alla donna se avesse avuto piacere che al figlio fosse fatto quel regalo». La donna non ha avuto nulla da ridire: di fatto, si tratta dell’involucro di una bomba a mano, spesso usato anche come fermacarte e di un caricatore. Materiale che, insieme al cellulare dell’uomo e al suo computer saranno analizzati dalla polizia fiorentina che sta svolgendo le indagini. Nella chat infatti, erano state scritte frasi come: «Negri da bruciare al rogo» e «Comunisti da affogare con la macina da mulino nel fondo del mare». Frasi che però, ha assicurato l’uomo al suo avvocato, non porterebbero in alcun modo la sua firma. –

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