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Truffa biogas, chieste otto condanne «Quell’impianto non era pronto»

Pierluigi Sposato
Truffa biogas, chieste otto condanne «Quell’impianto non era pronto»

Secondo il pm sarebbero state aggirate le norme, Gse ha sollecitato un risarcimento da 2,5 milioni

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Pierluigi Sposato

cinigiano. Il pm Salvatore Ferraro non ha usato giri di parole. Ha parlato di «carte false», «aggiramenti di norme», «attivazione farlocca». E ha chiesto condanne per tutti gli otto imputati del reato di truffa aggravata ai danni di Gestore dei servizi elettrici spa. Sta arrivando a conclusione il processo per il biogas di Camone a Santa Rita, l’impianto di Cinigiano Agri Power Plus srl entrato nel mirino della magistratura dopo le indagini di polizia di stato e (all’epoca) corpo forestale. Un impianto che non avrebbe avuto i requisiti di legge, secondo l’accusa, e che eppure sarebbe stato fatto risultare come tale, vendendo l’energia elettrica prodotta. Ne è convinta anche Ges spa, che ha chiesto un risarcimento da 2,5 milioni di euro (tale il danno stimato nell’imputazione) con una richiesta di provvisionale pari alla metà.

Il pm ha chiesto 1 anno e 6 mesi per Marzio Scheggi, imputato come presidente della società fino all’ottobre 2013, conosciuto anche per essere stato sindaco di Cinigiano; Andrea Salzillo, direttore dei lavori e responsabile dell’impianto; Giovanni Di Meo, amministratore delegato della srl dal settembre 2012 al marzo 2014 e successivamente componente del cda nonché componente del cda di Renewex srl (titolare al 50 per cento delle azioni di Dmg srl spa a sua volta titolare dell’80 per cento della Cinigiano); Nicolò Marzano, presidente del cda dal marzo 2014; Antonio Pinto, componente del cda di Renewex; Biagio Vallefuoco, componente del cda di Renewex e co-amministratore di fatto della Cinigiano; Alessandro Metz, componente del cda della Cinigiano. Pena leggermente più alta (1 anno e 8 mesi) a causa di due precedenti per Giancarlo Batignani, redattore della relazione tecnica relativa al Piano di miglioramento agricolo.

«Fatti chiari e dimostrati» ha premesso il sostituto procuratore. E ha ripercorso la vicenda, sostenendo che la società aveva la necessità di realizzare l’impianto entro il 31 dicembre 2012. La certificazione non sarebbe stata veritiera, tanto che nel corso del 2013 si erano susseguite altre carte fino al collaudo di novembre per le quattro vasche coperte. «L’impianto non era operativo – ha sostenuto il pm, contestando anche le affermazioni dell’ultimo testimone della difesa sentito prima della requisitoria – Quella registrata era solo un’attività elettrica indotta, un modo per aggirare le norme»; una «attivazione farlocca», un’attività durata pochi secondi, da fonte non certa. La mancanza di comunicazione e di verifiche degli enti se non a campione, in un periodo in cui il biogas iniziava ad andare per la maggiore in Italia, aveva fatto il resto. E così era arrivato il riconoscimento della tariffazione più favorevole per Cinigiano Agri Power Plus.

Altro aspetto contestato è stato quello della possibilità che quell’impianto venisse sostenuto dalle risorse proprie dei terreni agricoli: «Lì era prodotto solamente il 20 per cento del quantitativo che sarebbe servito. Così era iniziata una spasmodica ricerca di materiale, con acquisti fatti altrove». Anche se era intervenuta la modifica delle percentuali di materiale autoprodotto (dal 100 per cento al 51 per cento), il materiale continuava ad arrivare da ben oltre i 70 km concessi. Perché il dibattimento, ha rimarcato il pm, ha rivelato che quei terreni erano per lo più boschivi e non potevano garantire la produzione nemmeno al 50 per cento, anche per difficoltà derivanti dall’irrigazione. Gli appostamenti, i video, le intercettazioni, le perquisizioni, le testimonianze ripetute in aula sono schiaccianti, secondo il pm, che ha comunque chiesto il non doversi procedere per estinzione per prescrizione per il secondo capo di imputazione (Salzillo, Di Meo, Marzano), cioè gli scarichi senza autorizzazione di reflui. Le difese parleranno nella prossima udienza, a giugno. Poi la sentenza. —

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