Il Tirreno

Grosseto

«I piedi uscivano dal sacco a pelo» In aula il racconto degli investigatori

Federico Lazzotti
«I piedi uscivano dal sacco a pelo» In aula il racconto degli investigatori

Via al processo per omicidio a carico di Adriana Gomes accusata di aver avvelenato la suocera Simonetta Gaggioli 

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Federico Lazzotti

livorno. «Il sacco a pelo era a ridosso della strada. Da fuori si vedevano solo i piedi». Sono da poco passate le dieci del mattino di sabato 3 agosto 2019. Francesco Lopez, maresciallo del nucleo investigativo dei carabinieri di Livorno, è tra i primi ad arrivare sulla strada provinciale 39, la vecchia Aurelia che collega Venturina a Follonica.

Poco prima alla centrale è arrivata una telefonata: un cittadino senegalese che vive in un hotel poco distante si è fermato dopo aver visto un cinghiale morto lungo la carreggiata. Ma quando ha allargato lo sguardo si è trovato di fronte quel sacco a pelo arancione, rosa e blu buttato in mezzo alla sterpaglia dal quale proveniva «un odore nauseabondo».

Comincia da qui, nell’aula d’Assise del tribunale di Livorno, il processo a carico di Adriana Gomes Pereira, 32 anni, in carcere dal gennaio dello scorso anno, accusata di aver avvelenato con dei farmaci e ucciso la suocera, Maria Simonetta Gaggioli, 73, ex dipendente della Regione. Dopodiché avrebbe tenuto il cadavere per due giorni sotto al letto della casa dove viveva col compagno e i tre figli per poi gettarlo dove è stato ritrovato. «Nessuno – prosegue il militare rispondendo alle domande della pubblico ministero Ezia Mancusi – avrebbe visto quel sacco a pelo se non si fosse fermato».

Gli investigatori hanno impiegato pochi istanti a capire che all’interno c’era un cadavere. Ma quando hanno aperto hanno trovato diversi elementi necessari per risalire all’identità della vittima. «Il cadavere – va avanti – aveva indosso una camicia da notte ed era in parte avvolto da un lenzuolo bianco e azzurro a quadretti. All’interno anche una maglia bianca intima da uomo, una maglietta da bambino. E al polso sinistro aveva un orologio».

Sono stati i parenti della vittima, come racconta il tenente Giorgio Poggetti, comandante del nucleo operativo dei carabinieri di Piombino, a riconoscere da alcuni particolari – «l’arcata dentaria e la vestaglia» – in quel corpo in avanzato stato di decomposizione a causa del caldo, quello della settantatreenne che i carabinieri cercavano da un paio di giorni. Da quando, siamo nel pomeriggio del primo di agosto, alla stazione dei carabinieri di Follonica si rivolge Jacopo Gaggioli, nipote della vittima, perché da giorni non sente la zia ed è preoccupato.

È per questo che il maresciallo Sergio Eramo, insieme un collega, si presenta a casa di Filippo Andreani, il figlio della donna, oggi imputato solo per l’uso indebito della carta di credito dopo che la sua posizione per l’omicidio è stata archiviata.

«Quando arrivammo a casa e spiegammo la situazione ci dissero che la signora era a Follonica ospite di una amica che era andata in montagna. Chiesi se ci avessero parlato e mi risposero di no. Aggiunsero che avevano visto le tapparelle mezze aperte e chiuse quindi voleva dire che c’era». Il giorno seguente i carabinieri si presentano di nuovo in via della Bonaria. «Li convincemmo a fare denuncia di scomparsa e li portammo in caserma con due nostre macchine perché ci dissero che la loro era guasta e si trovava davanti al parcheggio della Coop». Non era la prima volta che i carabinieri andavano in quella casa. Il 14 luglio infatti avevano ascoltato la vittima dopo essere stata ricoverata per una intossicazione da farmaci. «Mi disse di aver preso una pastiglia la sera e due la mattina». —

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