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Servizio civile, il consiglio: "Ragazzi e ragazze, provateci, ne varrà la pena"

Massimiliano Frascino
Massimiliano Frascino, presidente della Fondazione Il Sole onlus (foto Agenzia Bf)
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Massimiliano Frascino, presidente della Fondazione Il Sole onlus (foto Agenzia Bf)

Il presidente di Fondazione Il Sole racconta l’esperienza della struttura  

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L’intervento

Quella del Servizio civile può essere una delle più belle esperienze della vita, oppure un buco nell’acqua. Dipende molto dallo spirito con cui ci si approccia all’impresa. In generale è un’occasione d’oro per comprendere cosa ti piacerebbe fare nella vita, per conoscere i propri limiti. E mettersi in discussione nella relazione con gli altri. Non sono frasi fatte.

L’ho visto in concreto nella mia esperienza di presidente della Fondazione Il Sole Onlus, che dal 2006 ha fatto la scommessa del servizio civile. All’inizio con quello nazionale, poi anche con quello regionale, trovando in Arci Servizio civile un interlocutore affidabile. In questi anni dalla Fondazione sono passate più di 200 ragazze e ragazzi. È stata una benedizione, perché al di là della freschezza contagiosa che portano con sé i giovani, in seguito a quell’esperienza ne abbiamo assunti all’incirca uno su dieci, valutandone bene attitudini, senso di responsabilità, capacità di relazione e passione. Ci piacerebbe organizzare una festa per rivederli tutti. Per chiedere a che punto è la loro vita e se si sono portati dentro qualcosa del loro viaggio con noi.

Devo essere onesto. Siamo oggettivamente favoriti. Perché per un giovane quella della Fondazione è un’esperienza forte, che lascia il segno, formativa nel senso più vero del termine. Avere a che fare quotidianamente, per un anno, con persone con una disabilità psichica, intellettiva, relazionale o con multi-disabilità non ti lascia mai indifferente. E ti mette alla prova, sia nella relazione con le persone disabili che con i colleghi e gli operatori.

Abbiamo visto persone timide, tirare fuori le unghie. Ragazzi strafottenti, mettersi in discussione. Altri che erano superficiali, maturare. Giovani per loro natura proiettati su sé stessi, cooperare nel rispetto di una gerarchia necessaria. Altri ancora li abbiamo visti gettare la spugna. Un caleidoscopio incredibile di atteggiamenti e situazioni dalle quali noi stessi, come organizzazione del Terzo Settore, abbiamo imparato molto.

Che quello di ragazzi e ragazze è un mondo popolato di apatia, disinteresse per la comunità e spesso disvalori è uno stereotipo consunto. Chi abbiamo scelto di assumere – e con troppi non abbiamo avuto la possibilità di farlo – è rimasto con noi, e chi se n’è andato è rimasto in questo ambiente lavorativo, o ci ha lasciato per cause di forza maggiore.

Siamo stati fra i primi ad aprire le porte a giovani extracomunitari che venivano da altri mondi, aiutandoli a trovare le chiavi per aprire le porte della nostra comunità. Con tutti abbiamo seminato una cultura di empatia per il variegato microcosmo della disabilità. Una cultura che produrrà i suoi frutti negli anni a venire. Ne siamo certi. Il rischio è di apparire retorici. Ma l’obiettivo è concreto.

Col Servizio civile, ragazze e ragazzi, provateci. È un’occasione per fare fatica, mettersi in discussione e capire chi siete. Vale la pena. —


 

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