Gioco
Quando l’esplosione di gas uccise 43 minatori «Non scorderò mai il dolore di quelle madri»
Ricorre oggi il 67º anniversario della strage di Ribolla. Il racconto di Nello Bracalari, lucido testimone di una tragedia che ha segnato la comunità
Silvano Polvani, giornalista, scrittore e figura di riferimento del sindacalismo maremmano, intervista Nello Bracalari, già partigiano, dirigente della Cgil e del Partito comunista che fu testimone di quel tragico 4 maggio 1954 quando avvenne la strage di Ribolla: 43 minatori restarono uccisi dall’esplosione di gas nel sottosuolo. Una tragedia di enormi proporzioni, della quale ricorre oggi il 67° anniversario e che in Maremma ha segnato per sempre il sentimento collettivo, come il momento più alto del dolore e della commozione.
SILVANO POLVANI
Incontro Nello Bracalari a casa sua, con Nello mi lega una vecchia e consolidata amicizia nata sulla mia riconoscenza alla sua esperienza di partigiano, dirigente Cgil e del Pci.
Nello ha 93 anni e mantiene ancora una bella memoria in grado di citare e ricordare perfettamente le esperienze della sua vita.
«Iniziai – prende a raccontarmi – la mia attività di sindacalista nel 1952. Prima di allora ero stato sindacalista e dirigente politico nel gavorranese, membro della Commissione interna della cava della Bartolina. Nel 1951 ci fu il licenziamento di tutti gli operai di questa cava, ci fu un mese e mezzo di lotta; dopo furono riassunti tutti, tranne gli attivisti della Cgil e i membri della commissione interna, tra cui io. Il mese successivo mi chiamarono al sindacato minatori e mi prospettarono di iniziare l’attività di funzionario del sindacato. Questo fu nel febbraio del 1952. Quando Bianciardi e Cassola diedero avvio alle interviste per il libro “I minatori di Maremma”, spesso li accompagnavo. Ricordo che prendevamo una macchina a noleggio e s’andava nelle miniere».
Ma Nello sa che sono lì da lui perché con i ricordi vada e si riporti a qual tragico giorno del 4 maggio 1954. La grave tragedia di Ribolla che segnerà e rimarrà nel sentimento della gente come il momento più alto del dolore e della commozione. Su tutti i giornali apparvero i titoli delle grandi occasioni accompagnati da fotografie che riprendevano scene strazianti, minatori delle squadre di soccorso sporchi di fango e con il volto annerito dalla polvere che risalivano su, sfiniti e semiasfissiati dai gas, dai pozzi della morte. Ci volle un disastro perché la miniera di carbone e il villaggio di Ribolla fossero degni di attenzione.
Nello ancora oggi, a distanza di 67 anni, nel ricordare quegli avvenimenti non nasconde la commozione, la voce a tratti appare rotta dall’emozione, il trasporto è pieno.
«La mattina del 4 maggio – prosegue nel suo racconto – prima delle otto ero a Massa Marittima e come entrato nella sede del sindacato minatori si precipita lì il Sabatini, un minatore che abitava proprio sopra la sede del sindacato minatori, dicendo “C’è Radi Rizzago (che sarà sindaco di Massa Marittima) che dice di aver saputo che è scoppiato il gas a Ribolla”. Andammo subito in piazza: tutti seppero immediatamente di questa sciagura. Sabatini e altri minatori si misero a preparare le squadre, a cercare volontari per andare a soccorrere i minatori che erano rimasti giù in miniera. Ci fu anche la direttiva della Montecatini di cercare i minatori per andare a Ribolla, la stessa mise a disposizione dei pullman per raggiungere Ribolla. Come sindacato demmo l’indicazione di organizzare le squadre di soccorso e in poco tempo furono trovati centinaia di minatori. Tutti eravamo consapevoli che quando scoppia il gas di miniera non si possono conoscere le conseguenze successive: ci possono essere altre esplosioni, c’è l’incendio...quindi c’è il rischio di morte. Malgrado questo, la solidarietà che ci fu tra i minatori li spinse a correre il rischio».
Nello mi sottolinea che nella sua lunga militanza di dirigente sindacale è stato a contatto con molte categorie sociali, ma che la comunanza dei minatori è superiore a quella di tutte le altre categorie. Senza dubbio – evidenzia – deriva dalla natura del lavoro, dalla pericolosità del lavoro, perché in miniera da soli si muore. Da soli non si sopravvive dentro alle gallerie, quindi bisogna essere più uniti possibile. Tornando all’esplosione della miniera, ricorda che nei confronti della Montecatini si scatenò una forte collera: non sdegno, ma collera proprio, perché troppe volte era stata denunciata la pericolosità del lavoro in quella miniera e c’erano anche documenti che mostravano la responsabilità del distretto minerario che aveva consentito la coltivazione a franamento. Dopo il licenziamento di Otello Tacconi, a Ribolla fu fatto il primo sciopero unitario dalla scissione sindacale.
«Io – prosegue Nello – raggiunsi Ribolla in motocicletta assieme al Radi. Mi fu assegnato il compito di allestire la camera ardente, che tenemmo nel teatro della Montecatini. Un compito ingrato fui il mio: i familiari urlavano in un pianto continuo. Mi chiesero poi di provvedere all’organizzazione dei funerali con particolare attenzione al palco degli oratori. I funerali si svolsero in una mattina di sole. Era necessaria un’organizzazione efficiente perché fu una cosa imponente, c’erano circa cinquantamila persone quella mattina a Ribolla. Venne gente dalle province di Pisa e Livorno. C’erano i massimi dirigenti sindacali, c’era Giuseppe Di Vittorio, c’era Luigi Longo, che era vice segretario del Pci. Di Vittorio rimase molto impressionato dallo sdegno, dalla folla, dai comportamenti di ribellione con cui i minatori manifestavano l’attacco alla Montecatini. Nel suo discorso, anche se fu molto duro, cercò di non suscitare ulteriore indignazione. Di Vittorio era un trascinatore, se avesse voluto avrebbe potuto facilmente incitare una protesta ancora più forte e aperta. Fu Di Vittorio ad aprire le orazioni funebri, quando prese la parola il ministro del lavoro Ezio Vigorelli, le persone non ne potevano più di ascoltare, il caldo e il dolore avevano preso il sopravvento e iniziarono a imprecare la loro rabbia. Toccò a Di Vittorio, stendendo il suo braccio verso la folla, a riportare la calma». È stata una fatica per Nello ritornare a quell’evento, ma mi sottolinea che quella tragedia ancora oggi è viva nella sua memoria, non si può dimenticare il dolore e la disperazione delle madri e delle spose, dei figli e degli amici, storie di angoscia di una comunità raccolta attorno alla sofferenza, unita dalla solidarietà che rompeva su antiche divisioni, stretta sulla ricerca della giustizia. —
© RIPRODUZIONE RISERVATA
Non lasciare decidere l'algoritmo:
scegli Il Tirreno per le tue notizie su Google