Lutto
Otello Tacconi, il piccolo grande minatore che non piegò la testa al potere dei padroni
Il 4 maggio è il 67° anniversario della strage di Ribolla: in ricordo del “Canetto”, licenziato perché denunciò lo sfruttamento della Montecatini
LA STORIA
SILVANO POLVANI*
Otello Tacconi, un nome e un ricordo: la tragedia di Ribolla. Ma il suo nome non è solo legato alla disgrazia mineraria: Tacconi è spirito combattivo contro le prepotenze, è polemica, è onestà e rispetto verso i compagni di lavoro.
Tacconi nasce a Roccastrada nel 1931, muore nel 1963. Prima di essere assunto alla miniera di Ribolla lavorò come boscaiolo, bracciante agricolo e poi nella miniera e cava di Pietra Tonda. Iscritto al partito comunista prese la tessera della Cgil sino a essere eletto segretario della commissione interna. Il suo ricordo ancora oggi disegna un raro esempio di coraggio e moralità.
Ci volle un disastro perché la miniera di carbone e il villaggio di Ribolla fossero degni di attenzione. La tragedia di Ribolla segnerà e rimarrà nel sentimento della gente come il momento più alto del dolore.
Schietto, impulsivo, passionale e focoso come lo era nelle discussioni di partito e del sindacato. Non ci stava ad aver torto, Canetto. Canetto lo avevano soprannominato, lui, il figlio di Gronde, grande antifascista che come si immaginava un’iniziativa di regime veniva trattenuto in questura. Non alto, il Canetto, anzi; massiccio, dalla fisionomia robusta, la faccia larga, due occhi piccoli dallo sguardo lungo e profondo, gran fumatore e bestemmiatore che bestemmiava, diceva, per rafforzare il senso del discorso. Innamorato della sua Elia, attaccato alla figlia Katia e al figlio Alessandro oltre ogni misura. Questo era Otello Tacconi.
Poco prima della sciagura, era il 25 febbraio del 1954, il Tacconi inviò una lettera all’Unità per denunciare la situazione di forte disagio che i lavoratori dovevano sopportare alla miniera di Ribolla. Fece di più: pretese che nell’articolo fosse inserito il nome del direttore Lionello Padroni come il responsabile di angherie e soprusi che i lavoratori dovevano subire. «Per la Montecatini la salute dei lavoratori non conta nulla», scriveva il Tacconi. «Conta soltanto la realizzazione del massimo profitto, col massimo sfruttamento dei lavoratori. Se diamo uno sguardo agli infortuni che si sono verificati negli ultimi tempi avremo un quadro impressionante di omicidi bianchi. Mancano di prevenzione e di protezione, ma dobbiamo vedere nel 1954 usare il “maialino d’India” per segnalare in miniera la presenza di ossido di carbonio, roba di 500 anni fa! E di ciò dobbiamo dare merito al direttore Lionello Padroni e alla sua scienza».
Fu immediatamente licenziato. Ma era vero, i minatori legavano la loro vita a un maialino d’india: più vulnerabile dell’uomo, doveva morire prima e l’uomo poteva fuggire. Il maialino, in una gabbietta appesa a un asse, beveva e mangiava, mentre il minatore in un bagno di sudore consumava le sue energie con martelli picconatori, perforatori, mazze e picconi.
Nel 1958 durante il processo a Verona il Tacconi fu convocato a Milano dalla stessa Montecatini. Gli fu chiesto, fra promesse e lusinghe, di ritrattare quell’articolo e in cambio avrebbe ricevuto un lavoro come sorvegliante in uno stabilimento Montecatini da lui scelto; oppure un esborso di venticinque milioni (all’epoca valevano quarant’anni di lavoro da minatore). Gli fu detto che quell’articolo, ma in particolare il titolo gridato su cinque colonne «Nelle miniere della Montecatini usano ancora il porcellino d’India per segnalare l’ossido di carbonio» aveva fatto il giro d’Italia, si era fermato nelle banche, nei saloni delle borse, nelle sedi degli industriali si era trattenuto nei tavoli dei ministri del governo creando un danno d’immagine enorme, screditando tutto il gruppo dirigente della Montecatini, rendendola uno zimbello agli occhi della finanza. Tacconi, come lui raccontò ai propri compagni, avvertito “l’odore dei soldi” disse di no: «Mi nascondevo la mano dietro la schiena per paura di essere convinto a firmare una cosa che per me sarebbe stata vergognosa sconfitta». Durante la travagliata notte che passò a Milano, Otello sognò i suoi compagni morti nella miniera e la condanna a morte che gli avevano riservato se avesse accettato la proposta della Montecatini. Pur senza lavoro, con una moglie malata e due figli di cui uno appena nato, Tacconi non perse la sua dignità, non rinnegò i compagni caduti sul lavoro, non ritrattò. Un esempio da dedicare alle nuove generazioni perché attraverso la memoria di uomini di questo stampo riconoscano i valori che dovrebbero essere a base della loro esistenza: solidarietà, giustizia e dignità. Quando morì nel 1963 aveva da poco citato in tribunale Luciano Bianciardi. Ma questa è un’altra storia, ne riparleremo avvicinandoci al 2022, centenario della nascita dello scrittore grossetano. —
*Giornalista, scrittore
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Le commemorazioni
Martedì due cerimonie
per non dimenticare
Ribolla non dimentica la ricorrenza della tragedia mineraria del 4 maggio 1954 in cui persero la vita 43 minatori. “Ricordare quanto avvenne a Ribolla il 4 maggio 1954 e le 43 vittime, non è solo una semplice commemorazione, ma anche un modo per non dimenticare la storia del territorio e i suoi valori sociali e di comunità – queste le parole del Sindaco Francesco Limatola - . 67 anni fa Ribolla ha vissuto una delle pagine più drammatiche della sua storia e ogni anno, fino a due anni fa, grazie al cartellone ‘La miniera a memoria’ doverosamente l’Amministrazione Comunale ha acceso i riflettori su questo tragico evento per non dimenticare. Ritengo doveroso anche in questo momento di difficoltà legato alla emergenza sanitaria in corso, dedicare comunque un tributo ed un momento di riflessione su quanto occorso, in memoria di quelle persone che hanno pagato il prezzo per un onesto lavoro con la loro vita”. Martedì prossimo dunque, pur con tutte le limitazioni imposte dalla pandemia, sarà comunque ricordato il 67° anniversario con la cerimonia commemorativa di deposizione delle corone. Alle 8,30 la deposizione della corona al Pozzo Camorra , alle 9,30 cerimonia religiosa nella parrocchia SS. Paolo apostolo e Barbara a Ribolla, alle 11 la cerimonia commemorativa al monumento al minatore con l’ intervento delle autorità istituzionali
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