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Grosseto

massa marittima 

Accoltellamento a Prata Condannato a tre anni e a risarcire la vittima

P.S.

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massa marittima. Era stato arrestato, e la misura era stata poi convalidata, il 24 novembre 2014, per un’aggressione con il coltello avvenuta a Prata. Afrim Arifi, macedone all’epoca studente, oggi 25enne, era stato accusato di lesioni (15 giorni di guarigione), per quei colpi al torace che sarebbero stati vibrati con un coltello a serramanico con 9,5 centimetri di lama, sequestrato poco dopo dai carabinieri nella sua abitazione. Ieri Arifi è stato condannato a tre anni e sei mesi anche per un altro episodio di aggressione, un pugno al volto dello stesso boscaiolo albanese (due giorni di guarigione), risalente a un paio di giorni prima. In quest’ultimo episodio erano imputati anche Avdula Arifi, 50 anni (adesso condannato a 2 anni - pena sospesa e non menzione) e un minorenne.

Così ha deciso il giudice Adolfo Di Zenzo, che ha inasprito le richieste del viceprocuratore onorario Alessandro Bonasera: questi aveva sollecitato un anno e sei mesi per Afrim e nove mesi per Avdula. Il giudice ha anche condannato i due imputati a risarcire in separata sede Florin Palushi, costituitosi parte civile con l’avvocato Roberto Cerboni, intanto con provvisionali rispettivamente da 8mila e 2mila euro. Preannuncia appello già adesso il difensore degli Arifi, l’avvocato Jurij Di Massa, che si è speso a lungo nel corso dell’arringa per dimostrare che le parti sarebbero state invertite, che dunque gli Arifi sarebbero vittime e non autori, e che comunque non sarebbe stata trovata la vera arma.

A dare il via alle indagini era stata la telefonata di Palushi, poco prima delle 15: l’uomo raccontava di essere stato accoltellato poco prima da un ragazzo abitante a Prata, che si era allontanato. Ne aveva dato le generalità e aveva fornito l’indirizzo. Il coltello (cercato per un paio di ore) non era stato trovato nel luogo indicato dal giovane: i carabinieri ne avevano sequestrato uno nella camera da letto, un primo test aveva evidenziato la presenza di tracce di sangue. L’accusa non era mai stata quella di tentato omicidio, ma Afrim era stato trattenuto in stato di fermo. All’udienza di convalida, aveva spiegato di essere stato lui aggredito da Palushi con dei pugni al petto e che lo stesso albanese aveva tirato fuori il coltello: «Sì, l’ho preso in mano ma non so cosa ne ho fatto», aveva dichiarato al giudice. Aveva anche aggiunto che Palushi avrebbe aggredito anche suo fratello e sua sorella. La sua versione non era stata ritenuta credibile, il gip aveva convalidato l’arresto disponendo gli arresti domiciliari. Le indagini avevano poi portato alla contestazione del secondo capo di imputazione. —

P.S.

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