Il Tirreno

Grosseto

ASPETTANDO IL RITORNO DEL MADONNINO 

Fine aprile, il profumo della fiera che non c’è

Gabriele Baldanzi
Fine aprile, il profumo della fiera che non c’è

Per il secondo anno il virus ferma il “mercatone” più amato dai maremmani: che ancora oggi discutono sulle sue origini

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Gabriele Baldanzi

BRACCAGNI. Il 23 aprile si inaugurava ogni anno la Fiera del Madonnino e la primavera, di solito, si prendeva beffardamente una pausa. Nel 2020 e nel 2021 così non è stato. Per non dimenticare la data e l’evento ecco un po’ di storia della fiera. Controversa, a dire il vero.

C’è infatti chi sostiene che la Fiera del Madonnino sia l’evoluzione della Fiera del Tirreno, che si svolgeva sulle mura medicee a cavallo tra gli anni Sessanta e Settanta, mentre versione diversa è quella che si racconta a Sticciano. L’idea di una fiera di prodotti e attrezzi agricoli, da allestire a primavera, a cavallo tra Pasqua e metà maggio, balenò nella testa del compianto Silvano Lanfranchi durante l’estate del 1972. Quasi 50 anni fa. Sulla location gli assegnatari dei poderi della zona – cioè gli organizzatori, guidati dallo stesso Lanfranchi e da Leo Nucci – non discussero molto: si sarebbe tenuta all’Olmini, proprio a due passi dallo stand dello rinomata Sagra dello Gnocco.

Il semino di quella che oggi è la Fiera del Madonnino sarebbe stato gettato proprio qui. E si componeva di due soli ingredienti: volontariato e fantasia. Da folkloristica appendice a una sagra di campagna (o a esposizione cittadina, se qualcuno prediligesse la versione di una genesi grossetana) ad appuntamento fieristico nazionale il passo fu breve e lungo al tempo stesso. Oggi hanno i capelli bianchi coloro che ricordano i tavolini, apparecchiati alla meglio, in un’aia lungo strada. In mezzo, sparpagliati qua e là, quegli attrezzi agricoli utili al lavoro degli avventori. Nel 1973 la prima edizione, casereccia, poi un crescendo di risultati, partecipazione, aspettative. Con lo gnocco che finì per essere fagocitato dagli aratri. Nel 1975 nacque l’Apa, l’associazione Promozioni Agricole, presieduta da Mariano Bellaveglia, che subito trasferì in un’area più grande, al Madonnino appunto, quella manifestazione così seguita e già caratterizzata. Gli fu dato anche un nome altisonante: Finceit, Fiera nazionale del Centro Italia. «Forse – scrive Mario Filabozzi, nel libro del trentennale – c’era un auspicio in quel nome, una sorta di premonizione, di scommessa». Su quegli anni gli aneddoti non mancano. «L’euforia e l’ambizione ci fecero fare a volte dei passi più lunghi della gamba», racconta Giancarlo Innocenti, ex sindaco di Roccastrada e organizzatore della Fiera per una quindicina di anni, all’epoca però solo un giovane volontario. Nel 1976, per esempio, furono fatti stampare 100mila biglietti sponsorizzati da rivenditori e aziende della Maremma. Alla fine la biglietteria ne strappò solo poche migliaia e gli inserzionisti non furono molto contenti… Il 26 aprile del 1979 venne tagliato il primo nastro tricolore, sotto un cielo plumbeo, con la pioggia che non dette mai tregua agli espositori. Quel giorno si aprì, a tutti gli effetti, una nuova stagione: la prima edizione moderna della Fiera del Madonnino di Braccagni, come era scritto nei manifesti. Gli anni dopo la Fiera ha vissuto un’inarrestabile crescita, gestita dalle istituzioni. GrossetoFiere (e prima ancora Fimar spa) hanno investito milioni sulla location con l’obiettivo di offrire servizi all’avanguardia e spazi confortevoli. —

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