Il Tirreno

Grosseto

tribunale 

«Costretta a far sesso» Ma ora una ventenne è imputata per calunnia

Pierluigi Sposato

Secondo la Procura il racconto sarebbe stato inventato La ragazza è sospettata anche di un tentativo di ricatto

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Pierluigi Sposato

Grosseto. Nel marzo del 2017 una ragazza poco più che ventenne si era presentata alla caserma dei carabinieri e aveva raccontato: «Un anno fa quei tre mi hanno costretto a fare sesso di gruppo, prima mi avevano fatto bere. Ha assistito anche mia madre». Aveva aggiunto di essere stata presente a un rapporto omosessuale ai danni del padrone di casa, che sarebbe stato in precedenza drogato con qualcosa nel caffè. E aveva chiuso il verbale spiegando di aver dovuto fare del sesso orale a un dipendente dell’ospedale, chiedendo la punizione dell’amica che l’aveva portata all’ospedale come anche della propria madre, oltre che dei tre. Compiute le indagini, i carabinieri hanno concluso che nulla di quanto era stato raccontato era vero. E avevano denunciato la ragazza e il padrone di casa per un tentativo di estorsione verso un imprenditore e per calunnia nei confronti dei tre uomini; la ragazza anche per calunnia nei confronti del dipendente dell’ospedale.

Questi è pronto a costituirsi anche nel dibattimento che inizierà a novembre davanti al giudice Ludovica Monachesi. Una complessa storia di sesso e bugie, secondo l’accusa, avvenuta in un centro dell’entroterra collinare, una storia che coinvolge ex fidanzati e conoscenti e in cui le vicende sentimentali si intrecciano con una denuncia per un incidente stradale, un investimento volontario. Una storia con protagonisti di nazionalità romena che intanto ha portato la Procura ha chiedere l’archiviazione per la violenza sessuale inizialmente contestata ai tre uomini e alla madre. Sono rimasti nel processo in due: la ragazza, appunto, e il padrone di casa, poco più che quarantenne. Non nelle vesti di persone offese ma in quelle di imputati.

Sarà naturalmente il dibattimento a dover far luce sugli episodi e sulle responsabilità. La ragazza aveva fatto i nomi di tutti, chiarendo che uno degli autori delle presunte violenze era un ex fidanzato, e aveva dettagliato non soltanto i luoghi ma anche le modalità dei rapporti sessuali. La ragazza aveva anche riconosciuto, nelle foto mostratele dai carabinieri, il dipendente dell’ospedale (un italiano), nei cui locali sarebbe avvenuto il rapporto mentre l’amica faceva da palo. Il padrone di casa, ascoltato dall’Arma, aveva spiegato che la ragazza gli aveva fatto sostanzialmente gli stessi racconti. E, a proposito della presunta violenza da lui subita, aveva riferito il medesimo racconto di lei, compreso il particolare della sostanza stupefacente che sarebbe stata messa nel caffè. Perché la violenza? «Per farmi ritirare la denuncia per l’investimento». Si è fatto visitare? «No, avevo un malessere ma credevo fosse influenza».

E il ricatto? L’imprenditore adesso parte offesa aveva raccontato ai carabinieri della richiesta di un prestito da parte del quarantenne, che successivamente gli aveva spiegato di sapere che lui era rimasto coinvolto nei rapporti omosessuali. Versione confermata poco dopo dalla ragazza: «Se non te ne ricordi, è perché sei stato drogato». La ragazza lo avrebbe potuto denunciare, se non avesse pagato. Poi l’imprenditore aveva registrato le chiamate e non erano arrivate altre richieste.

Gli approfondimenti di indagine, tra cui gli elementi raccolti nei confronti del quarantenne (conosciuto perché spesso si sarebbe inventato storie, a dire dei tre uomini inizialmente indagati) nonché la mancanza di certificazioni mediche e di altri riscontri, hanno poi portato i carabinieri e la Procura a rovesciare la prospettiva. —

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