Il Tirreno

Grosseto

le conseguenze della pandemia 

Il lavoro c’è, la liquidità no «Siamo sul filo del rasoio»

Massimiliano Frascino
Il lavoro c’è, la liquidità no «Siamo sul filo del rasoio»

I committenti non pagano e le banche non fanno credito: la storia di Terminali

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Massimiliano Frascino

grosseto. Il fatturato che va bene anche nel 2020, l’impossibilità a riscuotere dai committenti nei tempi previsti, i licenziamenti dei dipendenti e a seguire i pignoramenti. Nel frattempo, le banche che non ti possono concedere un prestito garantito dallo Stato perché nel 2020 non c’è stata abbastanza riduzione del fatturato sul 2019, ma nemmeno ti fanno credito o ti anticipano fatture perché non avendo mai chiesto prestiti non sei censito come solvibile. Per cui l’unico modo di averne sarebbe disporre di un patrimonio che non hai, da dare in garanzia.

La spirale nella quale è avvitata la “Terminali Group” di Grosseto è emblematica dei tempi della pandemia, e della situazione paradossale in cui si trovano molte aziende. Con commesse in portafoglio, fatturati teorici in ordine e crisi di liquidità reale. «Non voglio né la commiserazione né la benevolenza di nessuno – spiega Jury Terminali, titolare della Terminali Group di Grosseto, specializzata nell’affitto e allestimento di ponteggi per l’edilizia, cantieri industriali e navali, viadotti – ma denunciare una situazione insostenibile per aziende come la mia. Noi eravamo in piena espansione, tanto che avevamo aperto una filiale a Genova con 14 addetti, poi è arrivata la pandemia e quasi tutti hanno iniziato a non pagarci dopo che abbiamo emesso le fatture. Sostenendo che avevano difficoltà a causa del Covid-19. Il risultato è stato che siamo andati in crisi di liquidità e abbiamo dovuto licenziare le persone per l’impossibilità di pagare gli stipendi, chiudendo l’attività di Genova e rimanendo a Grosseto con sei operai».

Il controsenso è che l’azienda ha molto lavoro, ma è in grosse difficoltà con la liquidità. «Non abbiamo potuto accedere ai prestiti garantiti dallo Stato – spiega ancora Terminali – perché lo scorso anno non abbiamo avuto una sufficiente riduzione del fatturato, ma non riusciamo a farci pagare dai nostri committenti. Noi lavoriamo con aziende di varie tipologie e con appaltatori di lavori per le pubbliche amministrazioni. A mio giudizio in troppi oggi utilizzando strumentalmente il pretesto del Covid per ritardare i pagamenti o non effettuarli proprio. Mentre le banche non ci fanno credito perché chiedono garanzie reali, e non avendo chiesto prestiti o anticipi fatture in passato non siamo considerati solvibili. È un serpente che si morde la coda».

Da gennaio a oggi, Terminali ha ricevuto un pignoramento al mese da parte di ex dipendenti e dell’ex commercialista. «Sono sempre riuscito a evitare il pignoramento perché all’ultimo momento mi sono entrati i soldi necessari, ma è chiaro che se gli atti di pignoramento si concentrano non ce la faccio. Purtroppo non riesco a far credere alle persone che i miei problemi non dipendono dalla mia volontà. Con quest’intervista ho deciso di metterci la faccia, perché non voglio chiudere l’azienda e riaprirla con un altro nome, ma dare continuare l’attività e onorare gli impegni. Ho aperto la ditta a diciott’anni, appena concluso il militare, e ho sempre lavorato. Ho una macchina in leasing e vivo in una casa che ho preso con la formula “rent to buy” (affitto in vista dell’acquisto). Sono una persona per bene, e alla mia azienda il lavoro non manca, con diverse commesse per svariate decine di migliaia di euro ciascuna. Ma l’impossibilità a riscuotere nei tempi pattuiti mi sta mettendo in ginocchio. Non posso più accettare di passare per uno che non adempie ai propri doveri». Nonostante tutto, l’imprenditore è ottimista. «In queste settimane – conclude – ci sta entrando molto lavoro, e so che alla fine usciremo dal tunnel. Perché siamo persone serie e abituate a lavorare, con l’avvocato e il commercialista che mi confortano. Non ho fatto questo per attirare l’attenzione su di me o ottenere la disponibilità di qualche banca. Però ero stanco di subire le conseguenze di una situazione che non dipende dalla mia volontà, e che riguarda tanti altri come me». —

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