Sicurezza
Voglio guarire e tornare a lavorare Ma l’intervento non si fa causa Covid
Cinque anni fa perse un dito per un infortunio in cantiere: da allora Sabri Tabaku non riesce a uscire da un incubo
la storia
Francesca Ferri
«Sono venuto in Italia, ho cresciuto quattro figli, due frequentano la scuola e per questo devo dire grazie all’Italia. Vivo per loro. Io ho sempre lavorato, ho potuto mantenere la mia famiglia. Ma questa cosa…». La voce rallenta, si rompe. L’uomo prende fiato: «Questa cosa mi ha fatto diventare un barbone. Ma io voglio solo guarire e tornare a lavorare».
A parlare è Sabri Tabaku, 55 anni, albanese immigrato in Italia tanti anni fa, ex muratore e operaio che a cinque anni da un infortunio sul lavoro nel quale ha perso una parte del dito destro, dopo un calvario di visite e consulti, non riesce a farsi operare, e non può ritornare a lavorare. Una vicende che sembra surreale.
Sabri ha sempre provveduto alla sua famiglia, ma a gennaio 2016 si ferisce in cantiere, tranciandosi il pollice della mano destra con una sega.
Per un periodo riceve un’indennità dall’Inps, poi viene giudicato abile a tornare al lavoro. La mano però continua a far male, gli antidolorifici non bastavano a lenire il dolore neuropatico causato dal taglio dei nervi, e un nuovo consulto ritiene indispensabile un’altra operazione, che viene eseguita a Modena. Ma anch’essa non è risolutiva.
L’uomo viene licenziato. Si ritrova senza requisiti per il permesso di soggiorno, per cui serve un contratto di lavoro, e senza possibilità di chiedere il reddito di cittadinanza, per il quale bisogna dare disponibilità ad accettare qualsiasi tipo di impiego. Un labirinto senza via d’uscita, complicato dal fatto che la mano non accenna a migliorare e la nuova operazione di microchirurgia non si riesce a fissare in tempi brevi.
Nel dicembre del 2019, a tre anni dall’infortunio e senza una prospettiva, Sabri si arrampica su un traliccio dell’alta tensione a Grosseto e minaccia di lanciarsi. È disperato.
Quel giorno di dicembre la sua via d’uscita fu un carabiniere che, accorso dopo le segnalazioni di alcuni passanti, insieme a un vigile del fuoco salì sul traliccio e lo convinse a scendere. Il Tirreno ne raccontò la storia e rilanciò il suo appello: essere curato a dovere e tornare a lavorare.
A due anni e quattro mesi da quel giorno di dicembre, e a cinque dall’incidente sul lavoro, però, quest’uomo non ha ancora trovato pace. L’indennità dell’Inail, 183 euro al mese, non basta.
Come se non bastasse si è frapposto un altro ostacolo: la pandemia. «Mi dovevo operare a Careggi – racconta Sabri – avevo già fatto molte visite, e per me è una spesa grossa anche solo andare a Firenze». A giugno 2020 il medico diagnostica «complicazioni tardive» sul troncone di amputazione, che provocano il dolore e gli impediscono di usare la mano.
Ma a causa del virus le operazioni considerate “minori” sono tutte annullate.
Da giugno 2020 viene rimandato a una uova visita a marzo 2021. Di nuovo il medico trova una situazione stazionaria, senza miglioramenti, e scrive nero su bianco che è «indispensabile il trattamento chirurgico». Il quale «considerata l’attuale situazione pandemica non può essere eseguito».
Tabaku è stato messo in lista per l’intervento. Quando, non lo sa. E per lui sembrano di nuovo alzarsi i muri di quel labirinto senza uscita nel quale rischiava di perdersi nel 2019.
«Chiedo solo di essere operato e di tornare a fare il mio lavoro. Con dignità», dice Sabri. —
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