Il Tirreno

Grosseto

il processo per l’omicidio di filare 

Invia un messaggio dal Marocco: «Mi hanno sparato, sto per morire»

Pierluigi Sposato
Una delle udienze in Corte di assise
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Una delle udienze in Corte di assise

Gavorrano, l’uomo ferito aveva chiamato anche la ragazza con cui aveva appuntamento e che lo aveva poi portato al pronto soccorso.

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Gavorrano. La pistola 9x21, regolarmente detenuta, sequestrata a casa di Sonia Santi è compatibile con l’arma che ha causato la morte di Bouazza Jarmouni, l’omicidio di Filare di Gavorrano dell’11 agosto 2019. Lo hanno stabilito i Ris di Roma, la cui relazione è stata illustrata nel corso del processo davanti alla Corte di assise che vede imputato anche Mirko Meozzi: entrambi devono rispondere dell’omicidio di Bouazza ma anche del tentativo di omicidio del cugino Rahhal El Jarmouni. Un acquisto di droga non pagato, secondo l’ipotesi dell’accusa.

Il tenente colonnello Paolo Fratini e il maresciallo Arianna Salis hanno illustrato i contenuti degli accertamenti eseguiti su incarico della pm Anna Pensabene. E hanno tra l’altro ammesso che ci sono «contaminazioni accidentali» da attribuire agli operatori di polizia giudiziaria in alcuni dei campioni di stub prelevati (erano passati alcuni giorni tra il sequestro dell’auto e le rilevazioni). Non ci sono state eccezioni di inutilizzabilità da parte dei difensori (Roberto Cerboni e Donatella Panzarola per Meozzi, Loredana Giuggioli per Santi) in merito a questo particolare, anche se gli avvocati hanno fatto notare l’incompletezza degli accertamenti balistici per quanto riguarda la ricostruzione.

Cosa hanno detto i Ris? Hanno esaminato i tre bossoli, trovati tutti fuori dall’auto. E a questo proposito hanno spiegato che appare «poco probabile» che i colpi siano stati esplosi da Santi, che era alla guida e con la mano armata ipoteticamente indirizzata verso lo sportello del passeggero: almeno uno dei bossoli sarebbe stato trovato dentro l’auto. Scenario diverso invece, qualora a sparare fosse stato Meozzi, seduto sul sedile del passeggero e con lo sportello aperto: i bossoli sarebbero naturalmente stati espulsi all’esterno, senza saturazione dell’abitacolo. All’interno del quale sono state trovate numerose tracce di sparo: ma ciò è del tutto normale, concordano Ris e difesa, dal momento che Santi è una tiratrice. I carabinieri non si spiegano invece perché la maglia riferibile a Santi e trovata a casa di Meozzi (e che presuntivamente sarebbe stata indossata quella notte da lei) abbia una sola traccia di sparo. Infine, a proposito della traiettoria, i Ris hanno indicato in un disegno la loro ricostruzione dall’alto, una piantina che comprende – sulla stessa linea di tiro – il buco nella rete, il punto del ritrovamento del cadavere, l’albero che presenta una scalfitura.

I carabinieri del nucleo investigativo hanno poi ricostruito come si era arrivati ai due imputati. A far partire le indagini era stata una ragazza che aveva accompagnato Rahhal al pronto soccorso di Follonica. Aveva spiegato ai militari che aveva appuntamento con lui a Filare, che era andata e non l’aveva trovato, che aveva protestato via messaggio. A mezzanotte e 19 il giovane aveva mandato un vocale al fratello in Marocco: «Sono ferito, sto per morire». Dodici minuti dopo un vocale anche alla ragazza: «Mi hanno sparato». Lei era tornata, lo aveva trovato sanguinante, lo aveva caricato, era tornata indietro quando aveva saputo di Bouazza, aveva trovato il cadavere, era andata al pronto soccorso. Al mattino successivo si era presentato dai carabinieri il cugino di Bouazza dando una foto e un numero di telefono, intestato alla mamma di Meozzi. Il 13 si era presentato il cugino ai Rahhal, Abdellah, ricercato per questioni di droga: aveva mostrato un altro messaggio in cui si faceva il nome dello sparatore, Meozzi. Altri carabinieri hanno parlato dei sopralluoghi e del contenuto dei cellulari. Prossima udienza fra due settimane. —© RIPRODUZIONE RISERVATA
 

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