Il Tirreno

Grosseto

L’Asl condannata a rimborsare le cure

Pierluigi Sposato
L’Asl condannata a rimborsare le cure

Un’anziana malata di tumore si era rivolta a una clinica romana, in Toscana la terapia sarebbe iniziata solo dopo sei mesi

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Pierluigi Sposato

FOLLONICA. Era stata ricoverata per una grave forma di tumore. Ritenuta inoperabile, nell’aprile 2014 era stata dimessa e la prognosi era stata infausta, poche settimane di vita ancora, solo leniterapia. Il figlio non si era rassegnato e aveva cercato l’assistenza del sistema sanitario regionale per effettuare, urgentemente, un ciclo di trattamento di ipertermia oncologica: gli era stato risposto che il primo posto libero non si sarebbe liberato prima di sei mesi. Non si era dato per vinto e aveva contattato un luminare di una clinica romana, ottenendone la disponibilità: per un anno la donna, una follonichese all’epoca 82enne, aveva effettuato il ciclo di trattamenti, tra l’altro con un miglioramento sensibile del quadro clinico.

Nel maggio 2015 la donna era morta, le sue condizioni si erano aggravate anche perché aveva dovuto sospendere le cure a causa di un incidente domestico. Il figlio aveva chiesto all’Asl il rimborso delle spese sostenute, circa 10mila euro, l’azienda si era opposta. Ma adesso il Tribunale sezione lavoro ha stabilito che la Asl Toscana sud est debba rimborsare quella somma.

Il giudice Giuseppe Grosso ha accolto il ricorso presentato nel 2018 da un follonichese oggi sessantunenne, assistito dall’avvocato Leonardo Latini. La Asl si era costituita sostenendo, con l’avvocato Edoardo Morselli, che non esistevano i presupposti per il rimborso e che non era stata chiesta alcuna autorizzazione preventiva per effettuare gli interventi in una struttura privata.

Prima di emettere la sentenza, il giudice si è affidato alle conclusioni di specialista di medicina legale, la dottoressa Cristina Vuolo: la ctu ha evidenziato che la paziente si trovava in una situazione di necessità e urgenza tale da non poter attendere; e che comunque «notoriamente il trattamento di ipertermia ha valenza riconosciuta al punto da essere eseguito anche nell’ambito di strutture pubbliche». Inoltre, che, sebbene non risulti una richiesta autorizzazione alle cure, è verosimile che l’azienda avrebbe potuto autorizzare il trattamento se questo fosse stato richiesto, così come previsto dalla normativa.

Le testimonianze e i documenti del procedimento hanno purtroppo evidenziato i tempi “biblici” per ottenere visite, prenotazioni o trattamenti di somma urgenza. Sei mesi erano i tempi prospettati alla figlia, sentita con il fratello. Quando il giudice ha chiesto all’azienda sanitaria di fornire i dati sulle liste di attesa regionali in materia di ipertermia oncologica, per il 2014 è emersa una carenza di dati (trattamenti esistevano invece per il 2013 e per il 2015) «probabilmente – scrive il giudice – dovuta all’esistenza di problematiche interne all’azienda, oggetto anche di attenzione da parte dei mass media regionali, come da documentazione prodotta dal patrocinatore di parte ricorrente».

Poiché la terapia era efficace, appropriata e l’unica disponibile (cioè le condizioni affinché sia a carico del servizio sanitario), poiché la donna versava in situazione d’urgenza e la terapia stessa non poteva essere eseguita tempestivamente all’interno della struttura pubblica (se non dopo sei mesi), ecco che il giudice ha ritenuto di dover accogliere il ricorso: documentati 34 trattamenti per 300 euro ciascuno, il totale è congruo con la richiesta di 10mila euro.

Commenta l’avvocato Latini: «È una sentenza assolutamente condivisibile in punto di diritto perché priva di carenze logico-argomentative: il Tribunale ha applicato correttamente le normative statale e regionale di riferimento. Ed è una sentenza che ha un indubbio valore sociale per le molteplici implicazioni che sottintende e per il giusto rispetto dei supremi valori costituzionali di riferimento: in particolar modo il diritto alla salute, diritto assolutamente attuale anche in considerazione dei problemi correlati all’epidemia da coronavirus». — © RIPRODUZIONE RISERVATA

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