Il Tirreno

Grosseto

il vero salto nella vita vera bianciardi lo fece al liceo

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Il vero salto reale dentro la vita di carne e sangue, con tutte le sue mordenti contraddizioni, il Bianciardi lo prova con l’entrata nel palazzone antico e polveroso del Liceo Ginnasio meneghino (ma, nota bene lui, con le cacche secche dei piccioni sui gradini). L’entrata dello scrittor giovine in quel palazzone corrisponde quasi precisamente con la presa di potere di Hitler a Berlino. L’Europa comincia a coprirsi di nero, e per ora il migliore scudo della meglio gioventù italica sembrano i libri. La pensano così anche altri due talentuosi coetanei di Luciano: Pasolini e Calvino. È un liceo classico di quelli col doppio nome, il Carducci-Ricasoli milanese (per una strana ironia della sorte, però, anche l’amata Grosseto annoverava un classico con lo stesso nome), come andavano a quei tempi per fare un scena. Un nome solo non bastava, a garantire l’aura. Bianciardi, insomma, sente subito che fra queste aule deve smettere di giocare, è meglio fare pochi errori, perché stavolta si paga di persona. L’aria di regime, fuori, non è per niente bella.

Il Biancia è pronto al nuovo, a tutto, e si scopre finalmente scrittore, perché tiene diari del cuore, dove racconta amorazzi, scrive poesie ermetiche alla Catullo, copia brani di letture che lo segnano, stronca il tronfio mussolinismo e disegna l’Europa sinistra che si attende. Ma il suo piano da ometto ce l’ha già: prendere una bella licenza classica e poi andarsene all’università, magari verso la Maremma, ad una buona facoltà di “scienze inesatte”, come le chiamava. Visto che fieramente aveva in gran dispitto le “scienze disumane”, dalla medicina in giù. Poiché i dottori, dirà più tardi ne “La vita agra”, son tutti cattolici: lei ha mangiato troppo, lei ha fumato troppo, lei ha fatto troppe cose zozze. Per questo sta male. Smetta tutto, subito, per carità. Il Biancia ricomincia lo studio sodo. È teso, gramscianamente, a fare dello studio il proprio lavoro. «Non trascorsi anni sereni – diceva poi lo scrittore di quel periodo – sgobbai perdutamente, senza peraltro capire niente di quello che studiavo. La retorica imperversava… i componimenti scritti erano poi la vera fiera dell’impudenza; non mi pare che fossero altro se non una crescente variazione di aggettivi roboanti sui medesimi temi». I temi del regime, naturalmente.

Luciano passa bene i primi anni, andando in scivolata sul greco e facendo il contropiede a storia e filosofia, fino a pensare di saltare addirittura l’ultim’anno, anticipando la maturità da privatista. La madre ne va in brodo di giuggiole. Il padre lo racconta a tutti, in Banca Lombarda. È un bel rischio. In genere, ai privatisti fanno il pelo e il contropelo. Luciano no, guarda caso, esce dall’azzardo vincitore. Si vede che ha una bella testa. E che la sa far giocare bene.

A fine terza liceo, si getta a sostenere la maturità nella sessione autunnale. È stufo della tempesta d’acciaio che vede profilarsi all’orizzonte, non può certo aspettarla da liceale. Racconta Mario Terrosi, uno di quei ragazzi maremmani che erano venuti su con famiglia a Milano, e avevano piantantato la Maremma bene in testa a Luciano (tra l’altro rimarrà, il Terrosi, l’amico di una vita per lo scrittore): «Non ne poteva più di quel liceo coi professori guerrieri. Era un grande sgobbone. Si chiuse in casa per tre mesi, circondato dai libri. Superò la maturità con la media dell’otto. Poi mi disse: Adesso basta, me ne voglio andare».

E fu proprio così. Hitler comincia a strapparsi i capelli per avere la Polonia, proprio quando Bianciardi Luciano si accinge a lasciare Milano per approdare ad uno storico Ateneo (nella prossima puntata scoprirete quale).

Ma sa già, purtroppo, che il Fuhrer non ha certo intenzione di fermarsi solo con metà Europa conquistata. E se non ha intenzione l’Adolph, di fermarsi, figuriamoci se ce l’ha il Bianciardi Luciano. –

* Comitato scientifico

Fondazione Luciano Bianciardi

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di Redazione web