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I genitori vincono contro le lezioni da casa Il Tar: «La scuola non amplifica i contagi»

Giovanna Mezzana
I genitori vincono contro le lezioni da casa Il Tar: «La scuola non amplifica i contagi»

Grosseto. Il giudice dà ragione a padri e madri e rileva che la scelta della didattica a distanza non è basata su dati e studi scientifici

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Grosseto. Potrebbe avere effetti rivoluzionari – almeno in teoria – sulla futura gestione della scuola ai tempi dell’emergenza sanitaria da coronavirus l’ordinanza emessa dal Tribunale amministrativo regionale del Lazio e che ha dato ragione a un gruppo di genitori toscani – tra cui una professionista e madre grossetana – che sono ricorsi al giudice amministrativo contro le lezioni didattiche a distanza, sostenendo non solo che stare di fronte allo schermo di un computer non è scuola ma – anche e soprattutto – che la decisione di chiudere le aule, così come è stata assunta nel decreto del presidente del consiglio del ministri del 14 gennaio, non è stata supportata da dati scientifici. Forti della vittoria, i genitori hanno “in canna” un secondo ricorso contro il nuovo Dpcm.

Chi sono

Tutto è partito da una madre e avvocata civilista grossetana, Alessandra Semplici, che oggi vive e lavora a Firenze; la professionista si confronta con una collega, Alessia Lastrucci: condividono le stesse perplessità sulla bontà della didattica a distanza, soprattutto perché tale modalità di insegnamento non è più un fatto straordinario, come poteva esserlo a primavera quando il confinamento era totale; altri genitori con figli che frequentano i primi anni di licei fiorentini la pensano come loro; si costituisce così un piccolo comitato spontaneo Ri(n)corriamo la Scuola, e cinque genitori-componenti impugnano di fronte al Tar del Lazio, competente in quanto il provvedimento nel mirino ha effetto su tutto il territorio nazionale, il Dpcm del 14 gennaio laddove si stabilisce che dal 18 gennaio le scuole secondarie di secondo grado si organizzino per garantire in aula dal 50 al 75 per cento della didattica mentre la restante quota è svolta a distanza. Curatori del ricorso sono tre giovani avvocati amministrativisti fiorentini, Jacopo Michi, Federico di Salvo, e Francesco Gesess.

Prima tappa

Il ricorso viene notificato il 23 gennaio al Tar del Lazio e viene chiesto, anticipatamente, di discuterne la sospensiva: la camera di consiglio è fissata al 10 febbraio. Ed è in questa occasione che giunge un primo risultato che i genitori ricorrenti accolgono positivamente. Uno dei motivi del ricorso è il cosiddetto difetto di istruttoria: padri e madri sostengono cioè che il Dpcm si fonda su documentazione e verbali del Comitato Tecnico Scientifico che in effetti non sono stati resi noti. Il dubbio dunque è: ci sono evidenze scientifiche che motivino a sufficienza il ricorso alla didattica a distanza? Il Collegio rileva che tale documentazione effettivamente non è stata messa agli atti dalla controparte – l’Avvocatura di Stato – che nel frattempo si è costituita in giudizio, e chiede espressamente che venga prodotta.

Il monito

Si arriva dunque alla tappa successiva. Con un’ordinanza del 26 febbraio i giudici amministrativi hanno condiviso quanto evidenziato dai genitori toscani, rilevando un difetto di istruttoria: ovvero, hanno constatato che la scelta della didattica a distanza contenuta del Dpcm «non risulta supportata da specifiche indicazioni del Comitato tecnico scientifico né, peraltro, da studi orientati a verificare il ruolo dell’attività scolastica nella diffusione del contagio all’interno e all’esterno dei plessi». Anzi, secondo Il Tar «sussistono elementi – si legge nell’ordinanza – che inducono a dubitare del fatto che la riapertura delle scuole, anche secondarie, possa svolgere un effettivo ruolo amplificatore del contagio». I giudici amministrativi sottolineano anche la mancanza di una «indagine finalizzata a verificare se sia possibile implementare misure contingenti straordinarie finalizzate a garantire a tutti gli studenti la frequenza in presenza dell’intero monte ore settimanale». Insomma, il Tar ha riconosciuto «profili di fondatezza dei motivi di ricorso» dei genitori. «E non ha sospeso il decreto unicamente perché era in scadenza» nota Alessandra Semplici. Che osserva: «Per noi è una grande vittoria: lo è per tutti, soprattutto per gli studenti. Questo è per noi uno strumento di pressione culturale e politica: i decreti devono tenere conto di dati scientifici accertati. Se c’è un pericolo serio, allora si chiude tutto, ma proprio tutto: la scuola non può essere il primo ambito da penalizzare; preoccupa invece il fatto che la Dad stia diventando un sistema dal quale pare non si possa prescindere» e con effetti dirompenti, secondo i genitori, non solo e non tanto sull’apprendimento ma anche sulla socialità e l’equilibrio dei giovani.

Il futuro

Secondo ricorrenti «quanto rilevato dal Tar dovrà essere tenuto in conto nei prossimi provvedimenti in materia di scuola». E non finisce qui. Alla luce del nuovo Dpcm che prevede la chiusura totale delle scuole qualora scatti il colore rosso nella cromìa che misura i livelli di contagio, il comitato Ri(n)corriamo la Scuola sta valutando se bissare il percorso, ovvero procedere con un altro ricorso “per motivi aggiuntivi” contro il Dpcm firmato il 2 marzo. —

 

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