Gioco
Gli infermieri raccontano un anno di virus «Siamo più stanchi ma meno angosciati»
Il presidente dell’Ordine Nicola Draoli e alcuni colleghi descrivono come è cambiato il loro lavoro: le paure di prima e le speranze per il futuro
TESTIMONI
Aun anno dalla consapevolezza della pandemia e dall’applicazione delle misure più restrittive cosa è cambiato nel lavoro degli infermieri?
Categoria in prima linea fin da subito, gli infermieri sono stati tra i primi professionisti a dover fare i conti con il Covid 19, insieme alle altre professioni della sanità, quando ancora la gran parte della popolazione era inconsapevole del cambiamento profondo che la vita quotidiana avrebbe subito.
«La nostra categoria – dice Nicola Draoli, presidente dell’Ordine delle professioni infermieristiche di Grosseto – ha dovuto in brevissimo tempo organizzarsi e abituarsi a un’altra quotidianità, prendendo dimestichezza con procedure, percorsi e stravolgimenti organizzativi che adesso ci sembrano più “normali”, ma che normali non sono e che stanno sfiancando pesantemente».
Una nuova modalità di lavoro e di organizzazione si è dovuta acquisire in pochissimo tempo e dove l’errore non deve essere ammesso. «Ricordo il giorno in cui ci fu annunciato che il reparto di pneumologia sarebbe stato chiuso e che sarei stata destinato al reparto Covid – racconta Michela Scognamiglio, infermiera all’ospedale Misericordia di Grosseto e membro della Commissione albo infermieri di Opi Grosseto – Sono entrata in servizio nel reparto Covid il 13 marzo, sono un’infermiera esperta in ventilatori; non sapevamo ancora a cosa saremmo andati incontro, ma ben presto abbiamo imparato. C’è stata una nuova organizzazione dei turni che mette insieme infermieri esperti di diversi riparti (pneumologia, cardiologia, malattie infettive) in modo che ognuno potesse portare il proprio bagaglio di esperienze. Ricordo che uno dei motivi di ansia maggiore, all’inizio, era arrivare prima dell’inizio del turno per vestirsi: imparare a utilizzare i dispositivi completi correttamente e imparare a svolgere il proprio lavoro con queste nuove divise non è stato facile: con quattro paia di guanti addosso, anche un prelievo venoso diventa una pratica complicata. Eppure ce l’abbiamo fatta in poco tempo e abbiamo trovato anche modi nuovi e diversi per farci riconoscere dai nostri pazienti. Tanti, hanno imparato a individuarci dal timbro di voce o dagli occhi, con molti di loro rimaniamo in contatto».
Nel reparto Covid, racconta ancora l’infermiera, tutto è amplificato, anche i sentimenti e le sensazioni: «Soprattutto – dice – nella prima fase, quando non era permessa la visita dei familiari, noi operatori sanitaria siamo stati l’unico contatto dei degenti, che avevano bisogno di incoraggiamento e forza, perché anche loro vanno incontro a tanta fatica nell’essere sottoposti alle terapie». Adesso, a un anno di distanza la situazione è migliorata e la presenza – anche a distanza attraverso le videochiamate – dei familiari è fondamentale: «Si crea un rapporto di fiducia e complicità che è importantissimo per i pazienti e anche per noi infermieri, perché ci aiuta a sopportare il carico emotivo, e con un’alleanza tra sanitari e familiari si regge a sostenere l’umore degli ammalati».
E cosa accade negli altri reparti? «Chi lavora nel reparto Covid sa a cosa va incontro, adesso, e sa come prepararsi: in altri reparti, invece, è difficile far capire che non si possono mettere in pratica i comportamenti di prima: fare tante visite al proprio familiare ricoverato moltiplica le possibilità di rischio. Serve ancora la collaborazione di tutti».
Bisogno di consapevolezza e collaborazione ci sono anche nella testimonianza di Domenico Tavilla, infermiere nei servizi territoriali sull’Amiata e consigliere di Opi Grosseto: «Prima eravamo eroi – dice – adesso invece ci relazioniamo con difficoltà con alcuni utenti, un po’come avveniva prima. Rispetto allo scorso anno per noi è cambiato un aspetto fondamentale: prima abbiamo lavorato sul tracciamento, cercando di fare più tamponi possibili per poter diagnosticare la presenza del Covid, sospendendo anche molti servizi. Adesso invece i servizi territoriali sono tutti a regime e accanto al percorso diagnostico, siamo concentranti sulla somministrazione dei vaccini: la sfida è riuscire a vaccinare quante più persone possibili nel più breve tempo».
Durante la prima fase dell’emergenza, ricorda Tavilla, nella relazione con i pazienti era fondamentale un gesto, un sorriso, un suggerimento di educazione sanitaria, «perché li faceva sentire protetti, sostenuti, curarti». Dal punto di vista emotivo «abbiamo preso coscienza del Covid – aggiunge – abbiamo imparato a combatterlo e anche a “digerirlo” con molta meno paura rispetto allo scorso anno. Sappiamo come comportarci e a cosa andiamo incontro. Certo, siamo molto più stanchi, rispetto ad un anno fa, ma meno angosciati. Quello che rammarica, però, è vedere che tante persone non hanno più paura e, di conseguenza, abbassano le loro difese e l’attenzione verso i comportamenti che dobbiamo tenere».
“La nostra categoria – conclude Draoli – si è fatta trovare pronta e continuerà ad esserlo nonostante il carico e la stanchezza del lavoro. È importante però che non si rompa l’alleanza con la popolazione e che i cittadini continuino a fare, per quanto compete loro, la propria parte». —
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