Il Tirreno

Grosseto

giudice del lavoro 

Offese razziste al collega e poi l’aggressione Giusto il licenziamento

Pierluigi Sposato

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Pierluigi Sposato

Grosseto. Le offese razziste sono un giusto motivo per licenziare il dipendente che le ha pronunciate. E a nulla vale giustificarsi dicendo che quelle cose non si pensano davvero, ma sono uscite di bocca in un momento di confusione e nervosismo.

È una sentenza che dovrebbe far riflettere tanti “leoni da bar e da tastiera”, quella emessa dal giudice del lavoro Giuseppe Grosso, che ha confermato la legittimità del licenziamento di un cinquantenne grossetano, mandato via dall’azienda dopo una lite con un collega condita da molte parole di troppo: «Negro di m..., ritorna al tuo paese, scimmia, mangiabanane»...

Poco tempo dopo l’uomo – dipendente di un istituto di vigilanza – si vide recapitare la lettera di licenziamento. Decisione contestata con ricorso al giudice, il quale non solo lo ha respinto, ma ha anche condannato il ricorrente a pagare quasi 2.800 euro di spese.

I fatti nel dicembre 2018, in un centro commerciale: il dipendente avrebbe invitato il collega a trasportare un numero inferiore di carrelli, ma il collega sarebbe rimasto indifferente all’invito; il dipendente allora sarebbe entrato nella sala controllo invitando i presenti a chiamare il capo servizio per manifestare l’intenzione di non lavorare più con quel collega, che intanto a sua volta era arrivato in sala controllo. A quel punto le frasi razziste e la zuffa, fino all’arrivo del capo servizio. Alla fine i due si erano chiariti.

Tutti questi fatti, nota il giudice, sono stati confermati dai cinque testimoni sentiti, di entrambe le parti. Anche il dipendente ha fatto alcune ammissioni a proposito delle espressioni razziste, ma ha specificato di non pensarle e che sarebbero state solo dettate da paura e nervosismo. I testimoni hanno però smentito che si sia trattato di una reazione a un’aggressione subita.

«L’istruttoria ha comprovato che le offese sono iniziate prima dell’aggressione fisica e che il contatto è stato cercato dal dipendente, il quale si è avvicinato al collega dandogli una spinta sul petto. Né può costituire giustificazione la circostanza che il dipendente fosse intervenuto perché il collega spingeva troppi carrelli del centro commerciale in quanto sarebbe bastato segnalare tale condotta al capo servizio senza aggredire e offendere gravemente il collega», scrive il giudice Grosso.

Il quale aggiunge che il fatto sussiste pienamente, che «la reazione datoriale è certamente proporzionata (anche in relazione alla sanzione applicata all’altro lavoratore per non essersi sottratto all’alterco)» e che la condotta del dipendente è particolarmente grave e denota «un atteggiamento di odiosa intolleranza razziale, tale da integrare la giusta causa di licenziamento e comunque da spezzare il rapporto fiduciario tra le parti»; un episodio anche con conseguenze gravi in termini di immagine, perché alla parte iniziale del diverbio avrebbero assistito gli avventori del centro commerciale. —

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