Intrighi e segreti della storia repubblicana Pacini svela le trame della spia D’Amato
Lo storico grossetano ha appena pubblicato con Einaudi un saggio sul capo dell’Ufficio Affari riservati del Viminale Eminenza grigia della guerra fredda, la Procura di Bologna lo ritiene tra i mandanti della strage del 2 agosto 1980
l’intervista
francesca ferri
Fino a oggi il suo nome è rimasto nell’ombra, ma la cosa non deve stupire. La popolarità, infatti, non si addice a una spia. Men che mai se non si tratta di uno 007 qualsiasi, ma di colui che per decenni ha guidato – direttamente o indirettamente – i servizi segreti civili nel periodo più buio della storia italiana, quello delle stragi.
Genio dell’intelligence per i suoi estimatori, unico esponente degli 007 italiani davvero stimato a livello internazionale – a lui è intitolata una delle sale più prestigiose della sede Nato a Bruxelles – Federico Umberto D’Amato (Marsiglia 1919 – Roma 1996) era per lo più sconosciuto ai non addetti ai lavori, fino a quando l’anno scorso, a 25 anni dalla sua morte, il suo nome non è comparso nientemeno che tra i presunti mandanti della strage di Bologna del 2 agosto 1980. Lui, il brillante funzionario che aveva cominciato la carriera dopo l’8 settembre collaborando con gli americani, poi a capo dell’Ufficio affari riservati del Viminale tra il 1971 e il 1974, al vertice della polizia politica per decenni, dirigente della polizia di frontiera, sarebbe tra i responsabili della morte di 85 persone e del ferimento di altre 200?
Basterebbe questo colpo di scena a fare della vita di D’Amato la trama al cardiopalma di un romanzo di spie ambientato durante la guerra fredda.
Non una fiction, tuttavia, ma un documentatissimo saggio storiografico ne ricostruisce l’incredibile, ambiguo profilo. È “La spia intoccabile. Federico Umberto D’Amato e l’Ufficio Affari Riservati”, uscito all’inizio di febbraio nella prestigiosa collana Einaudi Storia, scritto dallo storico grossetano Giacomo Pacini, 44 anni, ricercatore indipendente e saggista.
A meno di una settimana dalla sua pubblicazione, avvenuta a inizio febbraio, il libro era già andato esaurito. La prima edizione, con una tiratura di 2.500 copie pensata per arrivare almeno fino all’estate, si è volatilizzata. Le principali testate nazionali hanno dedicato ampi servizi alle trame dello 007 italiano. Perfino il Times di Londra ne ha parlato. E non si è fatta attendere nemmeno la proposta di realizzarne una trasposizione cinematografica. Ma non c’è da stupirsi.
Il funzionario-spione sembra essere la chiave di volta di molte vicende ancora oscure della storia repubblicana e per questo attira curiosità. Si aggiunga che il libro scorre grazie a una scrittura mai pesante, alla portata di qualunque lettore, dall’accademico a chi non ha mai aperto un libro di storia, nonostante le vicende siano complesse e i riferimenti tantissimi.
Tra rivelazioni sconcertanti e vicende che sfociano nella cronaca, c’è perfino il coup de théâtre. L’apparente grigio funzionario dal 1980 è stato, infatti, una delle firme più seguite dell’Espresso, curatore della rubrica di cucina con lo pseudonimo di “Gault et Millau”, poi direttore della Guida ai ristoranti italiani, la bibbia del settore. Non a caso da spia il suo nome in codice era Zaff, “zafferano”.
Come in un copione scritto ad arte – e che arte non è – proprio questo particolare ha gettato su D’Amato il sospetto di essere tra i mandanti e finanziatori della strage di Bologna.
“Relaz. Zaff” è infatti il fantomatico destinatario di cinque bonifici per 850mila dollari versati nell’ottobre 1980, come indicato da un documento ritrovato di Licio Gelli, soldi che sarebbero stati in parte usati per acquistare un appartamento a Parigi e in parte, questa l’ipotesi dei magistrati, per finanziare cellule eversive neofasciste responsabili della strage.
Da qui parte il libro di Pacini, che, basandosi su documenti per lo più inediti, ridisegna i contorni dello stimato capo dell’Uar rivelando come sia stato in realtà un’anima nera della Repubblica.
Sotto la sua direzione l’Uar è diventato una sorta di polizia parallela, arrivando a realizzare la più capillare azione di infiltrazione all’interno di partiti politici, sindacati e movimenti extraparlamentari. Riuscì a infiltrare il Pci grazie, tra gli altri, all’ex partigiana Marisa Musu (lei ha sempre negato ma per anni è stata a libro paga dell’Uar), mentre l’estrema destra veniva usata per “operazioni” da attribuire poi ai “rossi” (un capitolo è dedicato alla collaborazione con il neofascista Stefano Delle Chiaie).
Nel mirino dei controlli anche molti politici, da Giulio Andreotti ad Achille Occhetto, e giornalisti, da Eugenio Scalfari a Enzo Biagi. E, per citare una figura legata alla Maremma, anche padre Ernesto Balducci, sospettato perché espressione del cattolicesimo di sinistra.
Di D’Amato si è detto che «sapeva quasi tutto di tutti e, quello che non sapeva, tutti pensavano che lo sapesse». Per questo tutti lo temevano.
Depositario di segreti sconvolgenti, regista di incredibili depistaggi, D’Amato ha raccolto nelle sue mani un potere tale da essere lui a decidere quali informazioni dare e se darle. Così da condizionare l’azione politica dei vari ministri dell’Interno con i quali ha lavorato e le stesse indagini della magistratura.
Alcune delle vicende principali della storia d’Italia, da piazza Fontana al Golpe Borghese, alla strage di piazza della Loggia, avrebbero potuto essere chiarite meglio e subito se solo D’Amato avesse fornito tempestivamente importanti informazioni che lui sapeva, e non ha rivelato. Di sospetti, alla lunga, ne ha attirati anche lui. Ma d’altronde D’Amato era la spia intoccabile, come lo definisce Pacini.
Proprio Pacini, grazie a nuove informazioni ricavate da nuovi documenti e allo studio finalmente scientifico del materiale già conosciuto, è riuscito per la prima volta a infrangere questo scudo, cominciando a svelare il vero profilo del capo dell’Uar. «Su questi argomenti – spiega lo storico al Tirreno – c’è una marea infinita di pubblicazioni, ma di natura divulgativa, con un uso approssimativo delle fonti. Il mio è un lavoro storiografico».
Di certo non è stato un lavoro facile, a partire proprio dalle fonti. Archivi, fondi, migliaia di documenti da vagliare, con il rischio sempre in agguato di “depistaggi” postumi. «Ho visto migliaia di informative dell’Uar che finivano nelle mani di D’Amato – racconta Pacini – ma la storia non si fa con quel materiale lì: rischi di cadere in patacche. E poi ci sono le cose private, che non si pubblicano. Non posso dire che il tal politico faceva i festini omosessuali. Non serve e non c’è riscontro. Alla fine il paradosso è che il materiale che hai è perfino troppo grande».
Un materiale, d’altro canto, in divenire. Appena pochi giorni fa il giudice dell’udienza preliminare del Tribunale di Bologna, Alberto Gamberini, ha rinviato a giudizio l’ex Avanguardia Nazionale Paolo Bellini, accusato di essere uno degli autori della strage della stazione di Bologna in concorso con i Nar condannati (Mambro, Fioravanti, Ciavardini e Cavallini) e con Licio Gelli, Umberto Ortolani, Mario Tedeschi e, appunto, Federico Umberto D’Amato, questi ultimi quattro tutti deceduti, ritenuti mandanti, finanziatori o organizzatori. Il processo si aprirà il 16 aprile. A questo punto, dunque, nuovi atti dell’inchiesta sono disponibili per essere studiati, non solo dai giudici, ma anche dagli storici. E forse un nuovo capitolo della vicenda potrà essere scritto, secondo quell’esercizio che Pacini definisce lo «scrivere la Storia quando la Storia è ancora in movimento», con tutte le difficoltà e i limiti che questo comporta.
Ma davvero D’Amato sarebbe arrivato a ordire una strage e di tali proporzioni? E per quale motivo?
«L’Italia – spiega Pacini – all’epoca era visto come un Paese di frontiera tra l’ovest e l’est comunista, ma anche tra il nord e il sud, Paese di confine per le risorse energetiche. D’Amato voleva impedire che l’Italia divenisse terreno di pascolo dei servizi segreti esteri durante la guerra fredda, che è stata una guerra di spie. Sosteneva che la politica fosse troppo debole, che non fosse in grado di proteggere il Paese. Da qui, diceva, la necessità di tenere “un piede nella legalità e tre fuori”. Poi, ad oggi, una prova definitiva del suo coinvolgimento nella strage di Bologna non c’è. Parte di quei soldi furono usati per acquistare l’appartamento di Parigi ma sul resto non si hanno prove. Che fosse un uomo oscuro sì, ma uno stragista penso di no. Credo che la strage di Bologna abbia semmai matrici mediorientali. E questo, credo, sarà l’argomento del mio prossimo libro». —
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