Il Tirreno

Grosseto

Conflitti, violenze estreme, esodo Dalla storia una lezione all’Europa

luciana rocchi* ; *Storica (Isgrec)
Conflitti, violenze estreme, esodo Dalla storia una lezione all’Europa

Migliaia di vittime, popolazioni in fuga, campi profughi, ferite di guerra  Luciana Rocchi ricostruisce le vicende di quel periodo buio 

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l’intervento

luciana rocchi*

Il confine alto-Adriatico, orientale per noi, è stato teatro di aspri conflitti e violenze estreme nel corso della seconda guerra mondiale. Spiegarle significa anche cercarne le radici secolari nel difficile confronto fra le alterità che vivono di qua e di là da ogni confine.

Popolazione italiana e slava hanno convissuto nelle aree che vanno dalle appendici orientali del territorio della Repubblica di Venezia alla costa dalmata, con il passaggio di dominazioni statali diverse, mantenendo più o meno pacificamente identità sociali, culturali e linguistiche diverse.

Il Novecento ha visto l’esplosione di forme nuove di confronto. La Grande Guerra toccò direttamente quest’area sia come campo di battaglia sia per il fenomeno della profuganza, che ne derivò, lasciando ferite che nemmeno la grandiosità e la retorica del Sacrario di Redipuglia poté cancellare.

Il dopoguerra, il mito della “vittoria mutilata” e gli effetti dell’impresa dannunziana di Fiume furono fra i fattori dell’ampia adesione al fascismo, il “fascismo di confine”, divenuto fortissimo con il regime fascista, ma già con alle spalle episodi violenti, come nel 1920 a Trieste l’incendio del Narodni Dom.

Fra le due guerre il progressivo integrarsi delle ideologie nazionalista e razzista alimentò sia la persecuzione della minoranza ebraica di Trieste – città portuale, da sempre crocevia di popoli, lingue e culture, ponte verso il sud della Mitteleuropa –, sia un severo processo di snazionalizzazione della componente etnica slava, (più di 400mila nel 1940). Fu vietato l’uso di lingue e dialetti istriani e dalmati, si promosse il consolidamento della componente italiana nelle zone costiere della Dalmazia e dell’Istria.

La politica estera aggressiva dell’Italia fascista e lo scoppio della seconda guerra mondiale dettero avvio all’espansione del Regno d’Italia verso i Balcani e al moltiplicarsi di atti violenti, testimoniati dalla disposizioni delle gerarchie militari fasciste (famose frasi come “qui si uccide troppo poco”).

Poi, con la Repubblica di Salò, la Germania hitleriana non si fidò di Mussolini e la vasta area fra Trentino, Venezia Giulia, Istria e Dalmazia divenne “Zona di operazione del Litorale adriatico”, governata dai tedeschi.

Ebbero così inizio ben più drammatiche violenze: la Risiera di San Sabba campo di concentramento per ebrei, slavi, antifascisti (unico forno crematorio nell’Italia occupata), creazione di campi di concentramento per antifascisti e slavi, lì e in altre regioni italiane, rappresaglie, incendi e stragi.

Si sviluppò una Resistenza italiana e slava, all’origine della quale sta lo spontaneo internazionalismo degli operai italiani e slavi dei cantieri di Monfalcone, poi messo in crisi dal confronto fra due obiettivi incompatibili della lotta partigiana: una parte della Resistenza comunista per l’annessione allo Stato comunista jugoslavo, rifiutata da una parte della stessa e dalla Resistenza non comunista (come le Brigate Osoppo).

Fra 1943 e 1945 si addensarono nuove forme di violenza, quando l’esercito guidato dal comandante Tito occupò l’Istria e si consumarono ritorsioni e violenze, ma non solo verso fascisti.

È la breve fase delle “foibe istriane”, seguita dal ritorno dell’occupazione nazifascista e da una terribile “resa dei conti”.

Le ferite della guerra continuarono, anche oltre il 1945 e quella “corsa per Trieste” che vi portò le truppe titine prima del resto degli eserciti alleati.

Nella Venezia Giulia il più vasto fenomeno delle cosiddette “foibe giuliane” colpì la popolazione, anche qui non solo i fascisti e non solo italiani, ma quanti furono giudicati “nemici del popolo” dalla Jugoslavia comunista.

Difficile valutare il numero delle vittime, ancora con ritrovamenti che cambiano le cifre, difficile per incertezza delle fonti; si parla di una stima di circa 500 per le foibe istriane, circa 5mila per le giuliane.

Il clima di violenza si protrasse, nel contesto della discussione sui confini fra gli Stati vincitori, per un tempo lunghissimo, a partire dalle prime, provvisorie linee, passando per la pace del 10 febbraio 1947 (che sancì la perdita di terre che sarebbe rimasta) fino al Trattato di Osimo, del 1975.

Il “confine mobile” divise in due Gorizia, lasciò alla Jugoslavia tutta l’Istria, salvando, non senza difficili trattative, l’italianità di Trieste. Le diplomazie trattarono in tutta Europa le popolazioni di confine nel quadro degli interessi geopolitici. La Jugoslavia fu sempre più banco di prova del rapporto est-ovest Europa, nel continente attraversato dalla Guerra fredda. Lo spostamento di popolazioni in Europa toccò numeri altissimi: a fronte di circa 350mila profughi italiani verso l’Italia o altri luoghi, decine di milioni di “naufraghi della pace” in altri confini europei.

In Italia sorsero campi profughi, i più noti il Villaggio San Marco, nel perimetro del campo di concentramento nazifascista di Fossoli di Carpi, il Villaggio Giuliano di Roma, le Casermette di Torino. In Toscana, non lontano dal Renicci di Anghiari, campo fascista per slavi, Laterina.

A Grosseto arrivò un piccolo gruppo di profughi, la cui storia è stata ricostruita da Laura Benedettelli; ebbe una positiva accoglienza, con la costruzione del cosiddetto “Palazzo dei profughi”, ma non fu così ovunque.

Le vicende di molte famiglie furono segnate da lunghe permanenze in condizioni pesanti. Tutti avevano lasciato volontariamente il confine, o per paura del protrarsi delle violenze o per scelta di “italianità”, ma lì era rimasta la loro vita, con le loro cose: costruzioni abbandonate delle città istriane, depositi di masserizie di Magazzino 18, a Trieste.

Oggi rimangono memorie diverse, ma laddove non c’è strumentalizzazione politica e c’è rispetto per l’alterità che ogni confine contempla, è possibile fare di questa storia una lezione di educazione alla cittadinanza europea. —

*Storica

(Isgrec)

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