Botte ai genitori per i pasti non graditi: condannato
grosseto. Tre fascicoli riuniti, altrettanti episodi violenti nei confronti dei genitori che, inizialmente costituitisi parte civile, non si sono presentati. Una sola condanna: 1 anno e 6 mesi, come chiesto dall’accusa, con le attenuanti generiche riconosciute prevalenti.
Chiusi così i procedimenti per maltrattamenti e lesioni che vedevano imputato un 30enne abitante in un centro del Monte Amiata, finito anche in carcere quattro anni fa su ordinanza di custodia cautelare per i calci e i pugni sferrati alla mamma. Libero, adesso ha trovato un lavoro, all’estero. E l’inferno vissuto dai genitori non si è più ripetuto. È ricompreso nell’arco 2013-fine 2016 il periodo delle contestazioni, che il difensore Graziano Sarpa aveva cercato di far derubricare in lesioni semplici. Episodi violenti che avevano avuto spesso motivazioni incomprensibili: come quella volta, antivigilia del Natale 2016, che l’uomo aveva litigato con la mamma perché non gli aveva preparato il pasto a base di verdure che lui reclamava abitualmente: a casa per cena, assenti i genitori, c’era solo il pasto destinato al padre (che non l’aveva potuto consumare per pranzo), i pici all’aglione, che lui aveva consumato. E si era sentito male, aveva detto. E dopo aver mangiato si era scatenata la lite, lui aveva attaccato la madre.
La misura cautelare era scattata proprio dopo questo episodio, segnalata dalla Tenenza di Arcidosso. Maltrattamenti con lesioni, anche per quell’episodio in conseguenza del quale la donna era dovuta ricorrere al pronto soccorso (30 giorni di guarigione, frattura, infrazione e contusioni varie - ricovero in ospedale): un’ora di calci e pugni, l’uomo avrebbe anche impedito alla madre di lamentarsi per il dolore, pena nuove aggressioni, fino a che la donna era riuscita a scappare di casa approfittando del fatto che il figlio era andato in camera da letto. La donna aveva fermato un’ambulanza del 118 in transito e da lì era stato attivato il procedimento di tutela. I carabinieri avevano sentito anche il padre, il quale aveva spiegato che con lui il figlio aveva rapporti conflittuali soprattutto verbali ma che con la madre, che stava di più in casa, la situazione era peggiore, al punto che la donna evitava anche di entrare nella sua camera per rifargli il letto, perché anche questo era motivo di discussioni. Già nel 2014 c’era stata una denuncia per maltrattamenti ma dopo quell’episodio, aveva detto il padre, il figlio non gli aveva più messo le mani addosso. C’erano state però delle minacce in tal senso, nel 2016, da parte del figlio: fu quando aveva chiesto al padre di comprargli un’auto e il padre aveva risposto di non avere la disponibilità economica. Nel 2013, il padre era stato colpito a calci e pugni (20 giorni, frattura del setto nasale), la madre con il manico della scopa: in queste circostanze, a scatenare la violenza sarebbe stato il rifiuto dei genitori a concedergli somme di denaro che lui reclamava continuamente. E le offese, all’uno o all’altro, sarebbero state all’ordine del giorno. Anche pesanti. In quegli anni, il figlio era disoccupato, passava gran parte della giornata a casa, se non proprio a letto, a dormire. La madre, nella querela che aveva poi originato la misura cautelare, aveva specificato che gli episodi violenti erano stati numerosi e comunque tutti riconducibili alla questione dell’alimentazione, come in quell’antivigilia di Natale 2016 quando aveva consumato già a pranzo tutta la verdura che pure la donna aveva preparato in abbondanza. «Pugni, schiaffi, calci e anche più volte, ogni volta che ha da ridire sui pasti che gli preparo ogni giorno. Perché lui ha male allo stomaco se mangia cose diverse da quelle che vuole lui».
Il giudice Andrea Stramenga si è riservato il deposito delle motivazioni. —
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